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Messina Social City, il “modello” del welfare dai numeri immobili: in 2 anni 5.300 assistiti erano e 5.300 restano

- 25/09/2026

Quel che già emergeva, da tempo, dalle denunce di Angela Rizzo e che oggi, come non mai dopo ben quattro consigli, è evidente: la superficialità sembra ormai regnare fin dai documenti.

A Messina, da quasi tre anni, il numero magico del welfare è cinquemilatrecento. Erano cinquemilatrecento gli assistiti all’inizio del 2024, sono rimasti ostinatamente cinquemilatrecento oggi, nell’autunno del 2026. Una immobilità che in natura non esiste, ma che sembra fare molto comodo nei comunicati stampa. Ma chi c’è davvero dentro questo grande contenitore? L’anziano non autosufficiente accudito a casa, lo si somma al ragazzino che fa tre settimane di colonia estiva o sale sullo scuolabus, magari anche al ragazzo che partecipa a un progetto estivo per qualche settimana e si fa mucchio. Perché la propaganda si nutre di grandi cifre. Chi, oltre all’opposizione, ha l’abitudine di “fare le pulci” al sistema dei servizi sociali a Messina è Angela Rizzo. Un nome che sa quasi di anatema per chi gestisce le politiche sociali e la Messina social city. Angela Rizzo è, diciamo così, del mestiere, e sa di che parla. E dà fastidio (ben cinque querele contro di lei in poco tempo). Ma la sua analisi oggi, finalmente, collima con quella dell’opposizione, con la differenza che quest’ultima non è una voce nel deserto e, soprattutto, ha più facile accesso ai documenti.

Quel che già emergeva, da tempo, dalle denunce di Angela Rizzo e che oggi, come non mai dopo ben quattro consigli, è evidente: la superficialità sembra ormai regnare fin dai documenti.

Un esempio fra tutti? La Messina Social City ha sede in via Felice Bisazza. Tutti lo sanno. Eppure, nelle relazioni ufficiali appena redatte spunta ancora il vecchio indirizzo di via Campo delle Vettovaglie. Una bilocazione burocratica che fa sorridere, certo. Ma se chi gestisce decine di milioni di euro pubblici non riesce nemmeno ad aggiornare il proprio domicilio sui bilanci, c’è poco da stare tranquilli.

E a proposito di bilanci, siamo alle solite manovre di palazzo. Ne abbiamo scritto anche troppo. Tant’è che il Consiglio comunale deve votare il nuovo contratto di servizio. L’opposizione punta i piedi e pretende, giustamente, di leggere prima i conti. E il bilancio di previsione che fa? Viene caricato sul sito del Comune il 23 settembre e scompare nel nulla il giorno dopo. Un fantasma informatico. L’amministrazione va avanti a testa bassa, dimenticando che chi siede in un’assemblea elettiva per approvare la spesa pubblica deve avere le carte in mano, non le promesse. Senza il dettaglio dei costi e le coperture non è davvero democrazia, è un bivacco di passacarte.

Poi c’è la grande illusione della “stabilizzazione”. Si vantano di aver liquidato le vecchie cooperative, “ora è tutto pubblico e il lavoro è sicuro”. Ma andiamo a leggere i dati sindacali: su 1.400 dipendenti, quelli col posto fisso a tempo indeterminato sono appena 669. E di questi, due terzi sono part-time. La precarietà non è scomparsa, ha solo cambiato padrone. Spacciare tutto questo per un “universo stabilizzato” è una presa in giro per quei padri e quelle madri di famiglia che timbrano il cartellino faticando ad arrivare a fine mese.

A maggior ragione se si tiene conto di una altro dato: importantissimo. Il sistema delle coop costava circa 30 milioni l’anno. Quello della Messina social city, che già era superiore a quello precedente, adesso costerà ancora di più: oltre 50 milioni di euro. Ma allora dov’è la convenienza? Che le coop pagavano in ritardo gli stipendi? Non dimentichiamo che le coop le risorse erano tenute ad anticiparle e che neanche la Messina social city ultimamente ha brillato per puntualità. E con questi chiari di luna…

L’opposizione, dal canto suo, focalizza al momento la propria attenzione sui documenti. Giusto. Dopo, però, le barricate andranno fatte sui drammi veri, come l’assistenza domiciliare. Ci sono denunce di anziani passati da due ore a un’ora di cura al giorno. Per chi non cammina, un’ora in meno significa un pasto freddo, igiene negata, solitudine. C’è anche chi lamenta di richieste di compartecipazione ai costi che diventa insostenibile. E rinuncia al servizio. Queste rinunce sono state defalcate dai 5300 assistiti?

Ci sono stati tagli sistematici? Per scoprirlo non servono commissioni d’inchiesta, bastano quattro banali colonne in croce: ore autorizzate ieri, ore erogate oggi. I numeri veri, non quelli della propaganda. La Social City non è una società privata a cui si fanno i dispetti, è l’azienda dei cittadini. Controllarla non è lesa maestà, è il mestiere di chi amministra. Tirare fuori i documenti, mostrare i contratti, ripristinare i file scomparsi significa smetterla di nascondersi dietro quel numero magico, che da due anni non cambia mai.

Angela Rizzo