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Agorà dello Stretto. Qual è l’errore di Basile? Far pagare ai messinesi ciò che avrebbero dovuto rivendicare e riavere indietro

- 04/09/2026

Sei anni di concessione, circa 350 mila euro l’anno solo per la cura del verde e un canone da versare all’Autorità portuale. Il Comune non acquisisce l’area ma se ne assume gli oneri.

L’Agorà dello Stretto è bella. Questo non è in discussione. È in discussione, invece, l’affare fatto dal Comune di Messina. Perché ricostruendo anche solo per sommi capi la storia di quell’area, è legittimo domandarsi, ora più che mai, perché Palazzo Zanca deve pagare per sei anni la gestione di uno spazio pubblico sul mare senza acquisirlo al patrimonio della città?

Per comprendere bene bisogna tornare indietro.

Nel 1994 nasce l’Autorità Portuale di Messina e vengono delimitate le aree della sua circoscrizione. Dentro quel perimetro finiscono porzioni importanti del waterfront cittadino. Anche spazi che nulla hanno a che vedere, almeno direttamente, con banchine, merci, traghetti o attività operative del porto. È una storia vecchia. La Passeggiata a Mare, per esempio, era già lì: pavimentata, illuminata, utilizzata dai messinesi. E così, nello stato di fatto, la riceve in dotazione l’Autorità Portuale. Quindi, cambia l’amministrazione demaniale dell’area e il Comune, per continuare a utilizzarla, si ritrova a rapportarsi con l’Autorità ed a pagare un canone.

Ma andiamo all’ex Fiera: per decenni è stata un pezzo di città sostanzialmente separato dalla città. Poi arrivano contenziosi, accordi, passaggi amministrativi. Negli anni dell’amministrazione Accorinti il Comune rivendicava persino la natura urbana di quelle aree, mentre l’Autorità portuale ne sosteneva la propria competenza. Nel 2016 lo scontro era già apertamente pubblico. L’Authority con De Simone, allora commissario dell’Autorità portuale, vuole affidare l’intera cittadella fieristica a un concessionario privato per vent’anni. Palazzo Zanca si oppone. Accorinti all’epoca non soltanto contesta durata e impostazione del bando, ma rimette sul tavolo la questione più radicale: l’ex Fiera, secondo il Comune, non è un’area portuale ma un’area urbana. Accorinti lo dice esplicitamente. Chiede la libera fruizione della maggior parte degli spazi, una gestione pubblica delle aree culturali, funzioni turistiche e museali e rifiuta l’idea che un pezzo così strategico del waterfront possa essere affidato integralmente a un unico privato. Ma soprattutto annuncia che gli uffici del Patrimonio comunale hanno predisposto documentazione tecnica, depositandola presso la Commissione di delimitazione istituita dalla Capitaneria di Porto, proprio per sostenere che l’area fieristica fosse «indiscutibilmente urbana e non portuale».

In altre parole: dieci anni fa il Comune sosteneva esattamente la questione che oggi torna prepotentemente d’attualità. Ma anche la battaglia di Accorinti rimase a metà.

Accorinti ebbe almeno il merito di porre formalmente la questione della natura urbana dell’ex Fiera e di contestare all’Autorità Portuale il diritto di trattarla semplicemente come un bene da mettere a reddito. Ma non riuscì – o non ebbe il tempo, la forza politica o la capacità amministrativa – di portare quella battaglia fino al risultato decisivo: la sdemanializzazione e la restituzione stabile di quelle porzioni di waterfront alla città.

Ma nel 2017 fu proprio lo stesso Antonino De Simone, a porre pubblicamente il tema della sdemanializzazione delle aree cittadine, ex Fiera compresa, ipotizzando una nuova fruizione di quell’area. Quella occasione, però, non produsse il risultato sperato. Nell’estate e nell’autunno del 2017 associazioni cittadine chiesero pubblicamente ad Accorinti se l’istanza di sdemanializzazione fosse stata presentata, denunciando di non avere ricevuto risposte chiare dall’amministrazione. Un’occasione perduta. Ed è questo il vero passaggio storico da ricordare oggi, perché è una questione che è tutt’altro che nuova.

Poi arriva Mario Mega, e l’Autorità cambia strategia decidendo di riqualificare una parte dell’ex Fiera trasformandola in parco urbano. Il progetto dell’Agorà viene ideato e finanziato dall’Authority con circa 4 milioni di euro.

Nel frattempo, però, i vecchi padiglioni rimangono in gran parte quello che sono ancora oggi: strutture degradate e cantieri incompiuti. Sui lavori di riqualificazione degli edifici si apre infatti un lungo contenzioso con l’impresa Lupò. Poi la risoluzione del contratto e una causa milionaria; ancora nel 2025 l’AdSP parlava espressamente del “lungo contenzioso” relativo ai padiglioni della Fiera. Il risultato è quello che vediamo oggi. Un bellissimo parco nuovo nel mezzo di una cittadella fieristica che, per ampie porzioni, resta da recuperare. Il verde e lo Stretto davanti. Dietro, gli scheletri opportunamente schermati alla vista.

Fin qui, però, il ragionamento potrebbe anche reggere: l’Autorità portuale incassa canoni e proventi derivanti dalle attività portuali e reinveste del proprio tesoretto quattro milioni sul territorio che quelle attività le ospita. È esattamente ciò che un ente pubblico dovrebbe fare. Il problema nasce dopo.

Perché il Comune di Federico Basile, invece di aprire una vertenza politica per ottenere una disponibilità stabile dell’area e completare concretamente la battaglia per la città che aveva provato a vincere Accorinti con limitati mezzi, invece di chiedere quella sdemanializzazione proposta dall’allora commissario De Simone, e pretendere condizioni economicamente favorevoli alla città, lui che fa? La chiede in concessione. E per sei anni. Circa 32.700 metri quadrati, e non gratis: c’è anche un canone. Ma soprattutto con acclusi anche i costi di gestione.

Ed eccoci al punto. MessinaServizi ha stimato in circa 350 mila euro all’anno l’impegno necessario per la cura del verde dell’Agorà, con circa 16 mila metri quadrati di prato che richiedono manutenzione specialistica e che sta già ingiallendosi. Trecentocinquantamila euro per sei anni fanno 2 milioni e 100 mila euro. A questi vanno aggiunti circa 12 mila euro l’anno di canone, se verrà confermato l’importo indicato pubblicamente: altri 72 mila euro. Siamo già a oltre 2 milioni e 170 mila euro. E attenzione: stiamo parlando sostanzialmente di verde e canone. Poi ci sono pulizia, cestini, servizi, controllo della Polizia municipale e gli altri oneri legati alla gestione di oltre 32 mila metri quadrati frequentati giorno e notte. Insomma, alla fine della fiera (è il caso di dirlo) l’Autorità di Sistema ha speso 4 milioni per realizzare un’area per la quale Basile, a nome dei messinesi, si è già offerto di rimborsarne più di due milioni sottoforma di costi di gestione!

Ma, allora? Dov’è il vantaggio per i messinesi? L’Autorità portuale investe quattro milioni per realizzare il parco. Poi il Comune, nel giro di sei anni, rischia di spendere più della metà di quella cifra soltanto per verde e concessione! E alla fine dei sei anni l’area non sarà neanche diventata patrimonio del Comune. Questo è il paradosso.

Basile avrebbe dovuto sedersi al tavolo con L’Autorità di Sistema guidata dall’avvocato Rizzo, da una posizione completamente diversa. L’Agorà è un parco pubblico. Il Piano regolatore portuale ha previsto per quelle aree funzioni compatibili con la fruizione urbana. Non siamo davanti a una banchina commerciale che il Comune pretende di trasformare in giardino. Allora l’accordo avrebbe potuto essere molto semplice: il Comune collabora, progetta, garantisce servizi e fruizione. Ma Autorità portuale e Palazzo Zanca dividono almeno al 50 per cento i costi di gestione. Perché se l’area rimane amministrata dall’Authority, anche l’Authority deve contribuire a mantenerla. Non può funzionare così: il bene resta nel compendio portuale e il conto viene trasferito ai messinesi.

Questa sarebbe dovuta essere la battaglia politica di un sindaco: riportare stabilmente alla città quelle parti di waterfront che non sono necessarie alle funzioni operative del porto. Aprire un confronto con Governo, Parlamento e deputazione nazionale, per il tramite del proprio deputato Francesco Gallo, e verificare quali aree potevano essere sdemanializzate o trasferite. Non correre a chiedere una concessione e assumersi il conto. Perché amministrare significa anche contrattare nell’interesse dell’ente che si rappresenta. Il vantaggio per il Comune non si vede. Si vede benissimo, invece, la spesa. Oltre due milioni di euro in sei anni soltanto sulla base dei costi già emersi. Per mantenere un parco che Messina utilizzerà, ma che Messina continuerà a non possedere.

L’Agorà dello Stretto doveva essere l’occasione per cominciare a restituire davvero il waterfront alla città. E, invece di fare tesoro dell’esperienza della storia politica di altri sindaci, come Accorinti, Basile ha scelto di prenderlo in affitto. E di far pagare ai messinesi anche il giardiniere.