Da Alessandra a Tania, in una lunga scia di sangue tra giugno e agosto, l’Italia fa i conti con femminicidi e drammi familiari. Emerge un tragico filo conduttore: l’isolamento delle vittime e una rete di protezione che si attiva solo a tragedia avvenuta.

Il primo giugno, a Misterbianco, si è spenta Alessandra Bruno, 49 anni, dopo due giorni di agonia. Secondo l’accusa, il marito l’ha colpita con un martello. È stata la figlia a trovarla, componendo il 112 in una disperata corsa contro il tempo. Pochi giorni dopo, a San Vittorino, nell’estrema periferia romana, una donna di 78 anni è stata assassinata dal figlio quarantottenne dopo una lite. Il corpo nascosto nel cemento, la confessione arrivata a stretto giro. La fine del mese ha portato con sé il dramma di Mary Elizabeth Hopkins nei boschi di Ceriana, nell’Imperiese, soffocata con un cuscino dal compagno.
E poi è arrivato luglio. Lorella Capano, uccisa a Sanremo dal figlio ventenne. E ancora Luigia Fortunato a Loreto, Tania Sperindio nel Riminese, Dafne Rebaudo precipitata da una terrazza a Roma e Daniela Florea a Torino. Agosto ha ulteriormente accelerato questa macabra contabilità, aggiungendo i nomi di Tania Terrin, Ornella Forastefano, Joanna Rouissi e Carmela Bifano. Tra l’inizio dell’estate e metà agosto, si contano almeno otto vicende mortali in cui il femminicidio è stato contestato, riconosciuto o è ancora in fase di valutazione. Perché non tutte queste morti sono classificate come femminicidi.
Bisogna prestare molta attenzione alle parole. Dal 17 dicembre scorso, il femminicidio in Italia è un reato specifico, previsto dall’articolo 577-bis del codice penale. Identifica l’omicidio di una donna mosso da odio, possesso, dominio o dal rifiuto di una relazione. Distinguere le motivazioni è un dovere, persino davanti all’orrore. Un compagno che si crede padrone non è paragonabile a un figlio che uccide la madre all’interno di una famiglia devastata dal disagio psichico o dalla marginalità. Sono responsabilità e radici profondamente diverse. Eppure, molto spesso, convergono nel medesimo punto buio: la solitudine.
A Tor Bella Monaca, alla vigilia di Ferragosto, un figlio ha ucciso la madre settantunenne dopo l’ennesima lite legata alle continue richieste di soldi per la droga. Pochi giorni dopo, a Tito in provincia di Potenza, Maria Vittoria Carbone è stata uccisa dal figlio, un uomo già seguito dal Centro di Igiene Mentale.
Ci stiamo incattivendo? I dati dicono il contrario. Nel primo semestre del 2026 i femminicidi e gli omicidi volontari di donne sono calati del 37 per cento rispetto al 2025. Eppure, la concentrazione estiva di questi delitti svela meccanismi patologici ricorrenti. Da una parte l’ex che non accetta la separazione e trasforma la gelosia in diritto di proprietà. Dall’altra, genitori che si trasformano in infermieri e bersagli di figli fragili. La malattia mentale non è sinonimo di violenza, ma ignorare il carico insostenibile di queste famiglie significa condannarle a diventare l’ultimo, disperato reparto psichiatrico disponibile. Senza medici e senza porte di sicurezza.
Un sistema che non protegge il “prima”
Il caso di Tania Terrin è forse quello che più di tutti dovrebbe far riflettere. Aveva denunciato il suo ex, raccontando di un tentato strangolamento ad aprile e di episodi precedenti. Anche altre donne lo avevano segnalato. A Ferragosto, Tania è stata uccisa. E ora il ministero della Giustizia valuta l’invio di ispettori per capire le falle del sistema.
Negli anni abbiamo inasprito le pene e accelerato i tempi con il Codice Rosso. Abbiamo introdotto limiti più stringenti per le misure cautelari e potenziato l’uso dei braccialetti elettronici, che tuttavia mostrano ancora gravi criticità tecnologiche e operative. Il punto è che un fascicolo non è uno scudo e una denuncia non basta a fermare un assassino. Il braccialetto elettronico, quando è disponibile e quando funziona correttamente, non è una catena.
Una donna che denuncia non può essere trasformata nell’unica responsabile del proprio piano di sopravvivenza. Serve una vera rete di presa in carico che aggiorni continuamente la valutazione del rischio. Lo stesso vale per le dipendenze e le gravi sofferenze psichiatriche: non basta risultare “in carico” a un centro se non c’è assistenza domiciliare intensiva nei momenti di crisi, se i vari servizi sociali e sanitari non dialogano tra loro.
Oggi abbiamo innumerevoli punti d’accesso al sistema: pronto soccorso, caserme, procure, centri antiviolenza, Sert. Ognuno detiene un frammento di verità, ma quasi mai nessuno vede la storia per intero. La domanda è quanto questi presidi comunichino davvero tra loro e quanto ogni caso, ogni allarme, diventi routine.
Capita troppo spesso che la storia completa la ricostruiamo soltanto dopo. Dopo il delitto leggiamo le vecchie chat, scoviamo le denunce pregresse, raccogliamo le testimonianze del terrore inascoltato. Dopo celebriamo i funerali. Questa estate non ci dice che siamo diventati più cattivi, ma ci mostra con brutale chiarezza quanto siamo ancora tragicamente incapaci di leggere i segnali del pericolo prima che sia tardi. Nessuno Stato può prevenire ogni tragedia, ma una società civile ha il dovere di non lasciare le persone sole nell’attesa. E di smettere di arrivare sempre e soltanto per contare i morti.
GIUBE









