43 views 6 min 0 Comment

Il MuMe, l’allarme che nessuno ha ascoltato. Le risposte che Messina pretende

- 16/08/2026

Più passano le ore, più il furto al Museo regionale di Messina assume contorni che, oltre allo sconcerto, impongono domande precise alle quali non si potrà rispondere con formule di circostanza, perché ciò che è stato portato via dal MuMe non è soltanto patrimonio dello Stato: è un pezzo della storia, dell’identità e della memoria stessa della città.

Dalle dichiarazioni rese dalla direttrice del Museo “Accascina”, Marisa Mercurio, emerge infatti un particolare che rende ancora più difficile comprendere quanto accaduto: intorno alle 21, nel momento in cui sarebbe scattato l’allarme, all’interno della struttura erano presenti quattro custodi. Quattro. E allora che cosa è successo dopo che l’allarme è entrato in funzione? I custodi lo hanno sentito? Sono stati avvertiti da qualche sistema interno? Qualcuno ha verificato cosa stesse accadendo nelle sale? È stato effettuato un sopralluogo? È stata chiamata immediatamente la Polizia?

Stando a quanto riferito dalla stessa direttrice rispondendo ai giornalisti, al Museo ci si sarebbe resi conto del furto soltanto quando la Polizia ha suonato al citofono. Questo è il passaggio che lascia maggiormente interdetti. Gli agenti erano stati avvertiti da un cittadino che aveva trovato due delle cinque tavole del Polittico di San Gregorio di Antonello da Messina, abbandonate all’esterno della recinzione del Museo, e che le aveva custodite in attesa dell’arrivo delle forze dell’ordine. In altre parole: mentre all’interno del MuMe si trovavano quattro custodi e mentre un sistema d’allarme avrebbe segnalato l’intrusione, sarebbe stato un cittadino, all’esterno, a trovare parte delle opere trafugate e a mettere in moto l’intervento della Polizia. Se davvero sono andate così le cose, come è stato possibile? Se qualcuno fosse intervenuto tempestivamente dopo il segnale d’allarme, persino nell’ipotesi che i ladri fossero già in fuga, quelle due tavole abbandonate sarebbero probabilmente state rinvenute dal personale del Museo. E sarebbe stato il Museo a chiamare la Polizia, non il contrario. Invece nulla di tutto questo, almeno per quanto finora è stato reso noto.

E allora il problema non riguarda soltanto come i ladri siano entrati e come siano riusciti a sottrarre opere di tale valore. Il problema riguarda l’intera architettura della sicurezza del MuMe. Che tipo di allarme protegge le opere? Dove viene trasmesso il segnale? Esiste una centrale operativa esterna? Ci sono sensori sulle singole opere? Le sale sono protette da sistemi antintrusione indipendenti? Le telecamere vengono controllate in tempo reale? Quali procedure devono seguire i custodi quando scatta un allarme? E soprattutto: quelle procedure sono state rispettate la sera del 15 agosto?

Sono domande ancora più inquietanti se si pensa che il Museo regionale custodisce capolavori di valore mondiale come i due Caravaggio. E allora oggi Messina ha il diritto di chiedersi anche in quali condizioni di sicurezza siano conservati. Quali protezioni li circondano? Quali barriere separano quei dipinti da un nuovo tentativo di furto? Perché dopo quello che è accaduto nessuna rassicurazione generica può più bastare.

C’è poi un’altra questione che inevitabilmente entra nell’orizzonte investigativo. Messina è una città affacciata sullo Stretto, con il Museo a poca distanza dal mare. È possibile che le opere siano state rapidamente trasferite verso la costa e caricate su un’imbarcazione, uno yacht o un motoscafo veloce? È una delle ipotesi che soltanto gli investigatori potranno verificare, attraverso telecamere, tracciamenti, controlli portuali e ricostruzione degli spostamenti.

Ma il punto politico, amministrativo e culturale resta un altro. Il furto è avvenuto nel giorno simbolicamente più importante per Messina, mentre decine di migliaia di persone erano concentrate attorno alla Vara e mentre l’attenzione della città e delle forze impegnate sul territorio era inevitabilmente rivolta verso il centro. Una coincidenza che appare tutt’altro che irrilevante. Chi ha organizzato un colpo del genere potrebbe aver scelto proprio quella finestra temporale, sfruttando il momento in cui Messina guardava altrove. E se dovesse trovare conferma l’ipotesi di un furto eseguito su commissione, significherebbe che qualcuno aveva studiato tempi, luoghi, sistemi di sicurezza e probabilmente anche le vulnerabilità del Museo. Quanto bisognava conoscere il MuMe per poter entrare, sottrarre un Antonello da Messina e uscire apparentemente indisturbati mentre all’interno erano presenti quattro custodi?

Messina non ha perso soltanto delle tavole dipinte. Ha subito uno sfregio. E adesso non servono dichiarazioni tranquillizzanti. Servono ricostruzioni dettagliate, responsabilità individuate e risposte pubbliche. Perché un museo che custodisce Antonello da Messina e Caravaggio non può permettersi che un allarme suoni senza che accada nulla.