Messina sembra essersi trasformata in una città nella quale il consenso elettorale assolve preventivamente tutto. Il costo del servizio rifiuti è passato dai 44,5 milioni del 2018 ai 69 milioni previsti per il 2026. Alle famiglie un aumento medio del 9%, mentre per le imprese arriva uno sconto finanziato dal Comune. Il “modello Messina” funziona soprattutto nella propaganda.

Che fine ha fatto l’orgoglio, la dignità ferita, il senso di giustizia? Dissolto nell’afa africana di questa torrida estate? Sono interrogativi che ci poniamo ormai da troppo tempo. Così a Messina accade ormai ciò che, in una città normale, dovrebbe provocare una sollevazione politica e civile: la raccolta differenziata aumenta, il costo del servizio cresce ancora di più e un nuovo aumento della TARI torna a colpire le famiglie. Tutto questo avviene nel silenzio pressoché assoluto di una comunità che sembra avere smarrito perfino il diritto all’indignazione.
Nel 2018 il Piano economico-finanziario del servizio rifiuti valeva circa 44,5 milioni di euro. Nel 2019 era già salito a 46,3 milioni. Per il 2026 si arriva a 69 milioni, sei in più rispetto ai circa 63 milioni del 2025. Significa che, dall’inizio dell’esperienza amministrativa di Cateno De Luca alla seconda sindacatura di Federico Basile, il costo complessivo della macchina dei rifiuti è cresciuto di circa il 55 per cento: una percentuale che sfiora quel 60 per cento che fotografa, meglio di qualunque slogan, l’autentico “modello Messina”.
Non tutte le singole bollette sono aumentate automaticamente del 60 per cento rispetto al 2018, perché negli anni sono cambiate tariffe, distribuzione dei costi, agevolazioni e categorie di utenza. È però aumentato in quella misura il costo complessivo del servizio che la TARI, per legge, deve coprire integralmente. E, alla fine, quel conto ricade sempre sulla collettività.
Nel 2026 pagano ancora le famiglie
Il nuovo Piano economico-finanziario porta il costo da 63 a 69 milioni di euro. L’aumento viene spiegato con tre fattori principali: circa 2,5 milioni in più per il rinnovo del contratto nazionale dei lavoratori di Messinaservizi, l’incremento del costo dei carburanti e la cessazione dei contributi regionali che, negli ultimi tre anni, avevano coperto per complessivi sei milioni gli extracosti del trasferimento dei rifiuti fuori dalla Sicilia.
La conseguenza sarà un aumento medio della TARI del 9 per cento per le utenze domestiche. Qualche decina di euro in più che emergerà con il conguaglio di fine anno. Le famiglie con redditi molto bassi potranno beneficiare del bonus sociale nazionale del 25 per cento o delle agevolazioni comunali, per le quali Palazzo Zanca ha stanziato 550 mila euro. Tutti gli altri pagheranno.
Per le imprese, invece, l’aumento tariffario medio sarebbe del 6 per cento, ma verrà assorbito dallo sconto del 15 per cento deciso dal Comune per il 2026 e il 2027, finanziato con oltre 1,6 milioni di euro. Il risultato è un risparmio netto stimato intorno al 9 per cento rispetto all’anno precedente.
È una scelta politica legittima: sostenere commercio, turismo e attività produttive può avere una sua ragione economica. Ma deve essere raccontata per ciò che è. Non è la gestione dei rifiuti diventata improvvisamente più efficiente per le imprese. È uno sconto pagato attraverso risorse pubbliche, mentre il costo strutturale del sistema continua a salire e viene scaricato in misura maggiore sulle utenze domestiche non protette dalle agevolazioni.
Ma se Messina differenzia i rifiuti in modo virtuoso, perché la TARI non diminuisce stabilmente?
Nel 2018 la raccolta differenziata era intorno al 10 per cento. Nel 2024 ha raggiunto il 58,6 per cento certificato da ISPRA e nel 2025, secondo i dati comunicati da Messinaservizi, avrebbe superato il 61 per cento. L’amministrazione rivendica il sesto posto tra le grandi città italiane e il primato nel Mezzogiorno.
È un risultato ambientale importante. Ma non è la prova che il sistema sia economicamente efficiente.
La percentuale di differenziata indica quanta parte dei rifiuti viene raccolta separatamente. Non certifica quanta materia venga effettivamente riciclata, con quale qualità, a quale distanza dagli impianti e a quale costo. La stessa Corte dei conti ricorda che, a livello nazionale, tra percentuale di raccolta differenziata e riciclo effettivo esiste uno scarto di quasi 16 punti: separare i rifiuti non significa automaticamente trasformarli tutti in materiale recuperabile. Servono frazioni pulite, impianti adeguati e filiere industriali efficienti.
Il porta a porta, inoltre, costa. Richiede personale, mezzi, carburante, manutenzione, contenitori, lavaggi, turni, logistica, controllo e trasporto. La differenziata riduce il rifiuto indifferenziato da portare in discarica, ma non elimina i costi della raccolta. Può perfino aumentarli quando il sistema è molto frammentato, il territorio è esteso e gli impianti sono lontani. E’ il sistema di raccolta a non essere efficiente e adeguato?
E poi c’è la carenza di impianti di prossimità. La capacità regionale di trattamento dell’organico risulta insufficiente rispetto al fabbisogno. In assenza di un ciclo completo sul territorio, i rifiuti devono viaggiare, essere trasferiti, trattati e smaltiti altrove. Secondo la SRR Messina Provincia, raccogliere e smaltire una tonnellata di rifiuti in un territorio privo di impianti può costare oltre 600 euro, più di 250 euro in più rispetto alle aree dotate di una rete impiantistica completa.
I contributi riconosciuti dai consorzi di filiera per carta, plastica, vetro e metalli esistono, ma non sono un pozzo senza fondo. Dipendono dalla quantità e soprattutto dalla qualità del materiale conferito. Non possono compensare da soli decine di milioni di euro di costi industriali, personale, trasporto e trattamento. La differenziata produce un vantaggio, ma quel vantaggio viene inghiottito da una macchina che continua a diventare più costosa.
La riduzione del 33 per cento: un equivoco propagandistico
Nel 2024 Basile annunciò una riduzione della TARI di circa un terzo, presentandola come una rivoluzione. La riduzione ci fu e fu approvata dal Consiglio comunale. Ma già allora il costo complessivo del servizio rimaneva superiore ai 60 milioni di euro. Diminuire temporaneamente le bollette attraverso nuove ripartizioni tariffarie, poste straordinarie o interventi di bilancio non equivale ad avere abbattuto strutturalmente il costo della gestione.
Oggi la realtà presenta il conto. La riduzione celebrata come conquista storica non ha impedito che il Piano finanziario tornasse a crescere fino a 69 milioni. Il presunto miracolo era dunque più fragile di quanto raccontato.
Un servizio realmente virtuoso dovrebbe produrre tre risultati insieme: più differenziata, maggiore qualità urbana e costi progressivamente più bassi. A Messina si è ottenuto il primo indicatore. Sugli altri due il giudizio è molto meno trionfale.
Le strade sporche, gli abbandoni, i sacchetti lasciati fuori dagli orari, gli ingombranti disseminati nei quartieri e la pulizia discontinua raccontano una città che non percepisce un servizio corrispondente al prezzo pagato. Non basta fotografare la percentuale della differenziata e trasformarla in un manifesto elettorale. Bisogna spiegare dove finiscono i risparmi ottenuti con la riduzione dell’indifferenziato, quanto incassa Messinaservizi dai consorzi, quanto costa ciascuna frazione, quanto incidono personale e struttura amministrativa, quali impianti mancano e perché, dopo otto anni, il costo continua a salire.
La città che non reagisce
Ma il dato più inquietante non è neppure economico. È politico e sociale.
A Messina si può aumentare il costo dei rifiuti di quasi il 60 per cento in otto anni, imporre un altro 9 per cento alle famiglie, celebrare contemporaneamente il primato della differenziata e non dover affrontare una vera protesta pubblica.
Il silenzio non dimostra necessariamente che i messinesi siano soddisfatti. Può significare rassegnazione, sfiducia, dipendenza politica, paura di esporsi o semplice abitudine al peggio. Ma produce lo stesso effetto: rende ogni aumento politicamente gratuito.
Basile è stato rieletto per la seconda volta con un consenso larghissimo. Quel voto, però, non può diventare una delega in bianco. Rieleggere un sindaco non significa rinunciare al diritto di controllarlo, contestarlo e chiedergli conto di ogni euro prelevato dalle tasche dei cittadini.
Eppure Messina sembra essersi trasformata in una città nella quale il consenso elettorale assolve preventivamente tutto: gli aumenti, i disservizi, le contraddizioni, gli annunci smentiti dai numeri.
Una città alla quale possono essere imposti quasi settanta milioni di euro per i rifiuti mentre le viene ripetuto che è diventata un modello. Una città che paga di più e viene invitata ad applaudire. Una città che confonde la raccolta differenziata con l’efficienza, la propaganda con il risultato e il silenzio con la pace sociale.
Il vero primato messinese, allora, rischia di non essere quello della differenziata. È quello dell’assuefazione. E finché nessuno domanderà con forza dove finisca il vantaggio economico prodotto dai cittadini che separano correttamente i rifiuti, l’amministrazione continuerà a mostrare le percentuali mentre alle famiglie presenterà il conto.





