Il progetto nazionale Mirificus dimostra che alberi, suoli naturali e depavimentazione possono ridurre le temperature urbane di oltre quattro gradi. Nella città dello Stretto, invece, il verde resta frammentato, le nuove piante non producono ancora ombra sufficiente e migliaia di metri quadrati vengono consegnati alle automobili. Il vero dato che manca è quello più importante: quanto si sono effettivamente raffreddati i quartieri interessati da ForestaMe?
La scienza ha ormai tolto ogni alibi agli amministratori pubblici. Le città possono diventare più fresche. Non attraverso formule suggestive, inaugurazioni o slogan da convegno, ma intervenendo materialmente sul territorio: meno asfalto, più suolo naturale, alberi capaci di produrre ombra, pavimentazioni che non accumulino calore e una pianificazione costruita sui dati.
Le simulazioni del progetto nazionale Mirificus mostrano che, nelle zone urbane maggiormente cementificate, interventi combinati di riforestazione, depavimentazione e sostituzione delle superfici più calde possono abbassare le temperature di oltre quattro gradi tra le 9 e le 15. La riduzione media giornaliera si mantiene tra i 2 e i 2,2 gradi: non un sollievo occasionale, dunque, ma una modifica stabile del microclima urbano.
È da questo dato che bisognerebbe osservare Messina. E la fotografia che ne deriva è assai meno rassicurante della narrazione della città “green”.
Il verde che non basta

Il capoluogo dello Stretto dispone di poche vere aree verdi urbane: Villa Dante, Villa Mazzini, Villa Sabin, la villetta Quasimodo, il piccolo Parco Aldo Moro e, solo in parte, la passeggiata a mare. Spazi frammentati, spesso distanti tra loro e incapaci di formare una rete continua di ombra, vegetazione e suolo permeabile all’interno del tessuto cittadino.
La scarsità non è soltanto una sensazione. Secondo i dati Istat relativi al 2023, Messina è tra i dieci capoluoghi italiani che non raggiungono neppure lo standard minimo di nove metri quadrati di verde urbano per abitante. Considerando soltanto le aree realmente accessibili, Messina rimane sotto quella soglia insieme, tra le città metropolitane del Mezzogiorno, a Bari e Catania.
Già una precedente elaborazione Ispra, basata sui dati del 2021, collocava Messina tra le città italiane con la minore disponibilità di verde pubblico fruibile: appena 4,9 metri quadrati per abitante, davanti soltanto a Crotone e Barletta.
Numeri che dovrebbero imporre una priorità politica precisa: ogni trasformazione urbana dovrebbe aumentare la superficie permeabile e la copertura arborea reale. Ogni parcheggio, piazza, marciapiede o area liberata dovrebbe essere progettato anche come infrastruttura climatica.
Invece, a Messina, il verde continua troppo spesso a essere considerato un elemento decorativo da collocare ai margini del progetto, dopo aver deciso dove sistemare carreggiate, stalli, pavimentazioni, parcheggi e automobili.
ForestaMe, dal grande progetto alla prova dei risultati

ForestaMe nasceva con ambizioni considerevoli. Il programma “Infrastrutture verde e blu da città del passaggio a città del paesaggio e del mare” disponeva di un finanziamento complessivo di 22 milioni di euro. Quattro dei progetti pilota messi a gara nel 2023 valevano oltre 12,5 milioni e comprendevano la riabilitazione del Parco Aldo Moro, la rinaturalizzazione dell’asta fluviale di Gazzi, interventi a Giampilieri e la creazione di viali alberati nel centro urbano.
Il progetto aveva persino indicato un obiettivo climatico: migliorare il microclima urbano e ridurre di due o tre gradi la temperatura delle isole di calore.
Negli ultimi anni sono state effettivamente messe a dimora nuove essenze, realizzate aiuole e aperti spazi per gli alberi lungo alcune strade. Ma piantare non equivale automaticamente a raffrescare.
Un giovane albero, circondato dall’asfalto e con una chioma ancora ridotta, non produce gli stessi effetti di un albero adulto inserito in un’area permeabile sufficientemente ampia. Una successione di piccole aiuole non costituisce un bosco urbano. Il numero delle piante acquistate non coincide con la superficie ombreggiata. E una piantumazione priva di manutenzione, irrigazione e controllo della sopravvivenza rischia di trasformarsi in una costosa operazione statistica.
La domanda, quindi, non è più quanti alberi siano stati annunciati o messi a dimora. La domanda è quanti siano sopravvissuti, quanto siano cresciuti, quanti metri quadrati ombreggino oggi e quale riduzione delle temperature abbiano prodotto nei quartieri interessati.
Mirificus mette a disposizione delle amministrazioni strumenti satellitari, mappe termiche e simulazioni per confrontare la situazione precedente e quella successiva agli interventi. Il progetto nazionale analizza temperatura superficiale, copertura vegetale, consumo di suolo, albedo e caratteristiche dei quartieri, consentendo di valutare scientificamente l’efficacia delle scelte urbanistiche.
Messina dovrebbe fare esattamente questo: pubblicare una mappa delle isole di calore prima e dopo ForestaMe. In assenza di una misurazione accessibile, l’obiettivo dei due o tre gradi resta una previsione progettuale, non un risultato dimostrato.
I parcheggi che accumulano calore
Mentre da una parte si finanzia la forestazione, dall’altra la città continua a realizzare grandi parcheggi. Sono opere presentate come strumenti di interscambio e mobilità sostenibile, ma che producono anche un evidente effetto fisico: vaste superfici artificiali occupate per molte ore da centinaia di automobili.
Il parcheggio dell’ex Gasometro è un esempio misurabile. L’area si estende per circa 8.500 metri quadrati: 7.100 sono stati destinati al parcheggio e soltanto 1.400 al verde e ai marciapiedi di servizio. Quasi l’84 per cento della superficie complessiva è dunque riservato alla funzione carrabile e alla sosta di 295 automobili.
Un parcheggio di interscambio può contribuire a ridurre il traffico nel centro cittadino soltanto quando è realmente collegato a un sistema di trasporto pubblico frequente, conveniente e utilizzato. Ma dal punto di vista climatico rimane comunque una superficie critica, soprattutto quando il progetto non prevede una copertura arborea capace di ombreggiare progressivamente gli stalli, pavimentazioni ad alta permeabilità e materiali a basso assorbimento termico.
Le automobili ferme sotto il sole, le lamiere, l’asfalto e le pavimentazioni impermeabili accumulano energia durante il giorno e la restituiscono nelle ore successive. È il funzionamento elementare dell’isola di calore: esattamente il fenomeno che ForestaMe avrebbe dovuto contrastare.
La contraddizione è evidente. Con una mano si piantano giovani alberi; con l’altra si consolidano nuove superfici destinate alle auto. Senza un bilancio complessivo delle superfici depavimentate e di quelle impermeabilizzate, il rischio è che l’intervento “verde” compensi solo in minima parte la nuova produzione di calore urbano.
L’Agorà dello Stretto e la differenza tra parco e infrastruttura climatica

Anche la nuova Agorà dello Stretto, realizzata nell’area dell’ex Fiera, deve essere osservata senza pregiudizi ma anche senza lasciarsi condizionare dalle definizioni ufficiali.
L’intervento ha restituito alla città oltre 32 mila metri quadrati prima sottratti alla piena fruizione pubblica. Secondo i dati presentati all’inaugurazione, il 60 per cento della superficie è costituito da prato calpestabile e sono state collocate oltre settemila piante, insieme ad aree gioco, spazi per lo sport, panchine, percorsi e installazioni artistiche. Il finanziamento dell’Autorità di sistema portuale è stato di quattro milioni di euro.
Sarebbe quindi scorretto descriverla come una superficie interamente cementificata. Ma sarebbe altrettanto superficiale ritenere che la presenza di prato e migliaia di piante basti, da sola, a trasformare immediatamente l’area in un grande regolatore climatico.
“Settemila piante” non significa settemila alberi ad alto fusto. Un prato esposto al sole non garantisce lo stesso raffrescamento di una copertura arborea matura. Una piazza può essere gradevole la sera, quando arriva la brezza dello Stretto, ma risultare poco praticabile nelle ore centrali se i percorsi, le sedute e gli spazi di aggregazione non sono protetti da chiome sufficientemente estese.
Il vero indicatore non è quindi la quantità nominale di verde, ma la percentuale di copertura ombreggiante tra le 9 e le 15, proprio l’intervallo nel quale Mirificus registra i maggiori benefici degli interventi climatici.
Occorrerebbe conoscere quanti alberi ad alto fusto siano stati piantati, quale sarà in futuro l’ampiezza delle loro chiome, quanta superficie ombreggeranno a cinque, dieci e vent’anni, quale sistema di irrigazione ne garantirà la crescita e quali temperature superficiali vengano oggi registrate nei diversi punti dell’Agorà.
Senza queste informazioni, “parco urbano” resta una definizione amministrativa. Per diventare infrastruttura climatica servono ombra, continuità ecologica, suolo permeabile e prestazioni verificabili.
Il “Dna climatico” ignorato

Mirificus dimostra inoltre che il caldo non dipende soltanto dal numero degli alberi. Conta la forma stessa dei quartieri: la disposizione e l’altezza degli edifici, la ventilazione, i materiali impiegati, l’estensione delle superfici esposte e la presenza di vegetazione.
A Firenze, le zone con edifici compatti di media altezza raggiungono temperature superficiali di 44,6 gradi, mentre nelle aree caratterizzate da boschi urbani la temperatura scende a 35,9 gradi: quasi nove gradi di differenza. Nei quartieri industriali romani con grandi superfici esposte al sole sono stati raggiunti 57,2 gradi.
Messina possiede caratteristiche particolari: uno sviluppo urbano stretto tra mare e colline, quartieri densamente costruiti, grandi assi stradali longitudinali, pochi parchi nel centro abitato e superfici asfaltate distribuite lungo l’intera fascia costiera.
La presenza dello Stretto e della ventilazione naturale non può diventare un alibi. Il vento non sostituisce gli alberi e la brezza non rende innocua una superficie che ha accumulato calore per l’intera giornata.
La contabilità che Palazzo Zanca dovrebbe pubblicare
La questione non è essere favorevoli o contrari ai parcheggi, a ForestaMe o all’Agorà. La questione è pretendere che ogni euro speso per la rigenerazione urbana venga valutato anche per la sua capacità di rendere la città abitabile durante estati sempre più calde.
Palazzo Zanca dovrebbe rendere pubblici pochi dati essenziali: la mappa delle temperature superficiali dei quartieri; il numero degli alberi piantati e sopravvissuti; la superficie complessivamente depavimentata; quella nuovamente impermeabilizzata; la copertura arborea effettiva; i metri quadrati di ombra prodotti; le temperature registrate prima e dopo ciascun intervento.
È questa la vera contabilità ambientale. Tutto il resto rischia di ridursi a una sequenza di inaugurazioni.
La lezione di Mirificus è persino banale nella sua chiarezza: più alberi maturi, più suolo naturale e meno superfici capaci di trattenere calore significano città più fresche. A Messina, però, si continua a trattare il verde come un complemento estetico e l’asfalto come una necessità inevitabile.
Il risultato è una città nella quale gli alberelli appena piantati devono combattere, quasi da soli, contro chilometri di strade, piazzali e parcheggi. Una battaglia impari che nessuna fotografia istituzionale potrà mai rendere meno rovente.
GIUBE




