La Corte d’assise di Palermo ha condannato al carcere a vita i tre imputati per le torture e la morte di Antonella Salamone e dei figli Kevin ed Emanuel. Tre anni di isolamento diurno. La figlia Miriam, processata separatamente, è stata assolta in appello perché non imputabile
«Mi chiamo Giovanni Barreca. Ho ucciso tutta la mia famiglia, venite a prendermi». È la telefonata al 112 che, nella notte dell’11 febbraio 2024, fece emergere l’orrore consumato nella villetta di Altavilla Milicia. Barreca parlò con tono calmo, sostenne che nella sua abitazione ci fosse il demonio e indicò ai carabinieri il luogo in cui trovarlo: Casteldaccia, a pochi chilometri dalla casa in cui erano stati uccisi la moglie Antonella Salamone e i figli Kevin ed Emanuel.
A oltre due anni dai fatti, la prima sezione della Corte d’assise di Palermo ha condannato all’ergastolo Giovanni Barreca, Sabrina Fina e Massimo Carandente. Per tutti è stato disposto anche l’isolamento diurno per tre anni. I giudici hanno riqualificato l’originaria contestazione di omicidio plurimo aggravato in tortura aggravata dalla morte. Le motivazioni della sentenza di primo grado saranno depositate successivamente.
Il rito di “purificazione”
Secondo la ricostruzione dell’accusa accolta dalla Corte, nella villetta si sviluppò un rituale pseudo-religioso alimentato dalla convinzione che alcuni componenti della famiglia fossero posseduti dal demonio. Barreca, ossessionato dalla presenza di entità maligne, coinvolse Fina e Carandente in quella che veniva presentata come una pratica di liberazione spirituale.
Dietro le preghiere e le formule religiose, tuttavia, si consumò una prolungata sequenza di violenze. Antonella Salamone, 41 anni, e i figli Kevin, di 16 anni, ed Emanuel, di 5, furono sottoposti a sevizie all’interno dell’abitazione tra l’8 e l’11 febbraio 2024. La pubblica accusa, durante la requisitoria, ha parlato di «atrocità» commesse contro tutte e tre le vittime.
Gli accertamenti compiuti durante le indagini e il dibattimento hanno restituito la dimensione materiale di quelle torture. Nella casa furono sequestrati cavi elettrici, attrezzi del camino e altri oggetti che, secondo l’impianto accusatorio, sarebbero stati utilizzati durante il rituale. Nel corso del processo è inoltre emersa la presenza di tracce riconducibili a Fina e Carandente su alcuni degli strumenti esaminati dagli investigatori.
La scoperta dei corpi
Dopo la telefonata di Barreca, i carabinieri entrarono nella villetta e trovarono i corpi senza vita dei due fratelli. Nella casa c’era anche Miriam, la figlia maggiore della coppia, allora diciassettenne, in condizioni di grave alterazione psicologica.
I resti di Antonella Salamone furono individuati successivamente nel terreno adiacente all’abitazione. Il corpo era stato bruciato e interrato nel giardino, nel tentativo di distruggerlo e cancellare le tracce delle violenze subite.
Barreca, Fina e Carandente fornirono nel tempo ricostruzioni differenti, arrivando ad accusarsi reciprocamente. La Corte ha però riconosciuto la responsabilità di tutti e tre nella catena di torture che portò alla morte della donna e dei bambini.
La Corte non accoglie la richiesta della Procura per Barreca
Nel corso della requisitoria, la Procura aveva chiesto l’ergastolo per Sabrina Fina e Massimo Carandente e una condanna a 30 anni per Giovanni Barreca. La richiesta di una pena inferiore per il muratore derivava dalle conclusioni della perizia che lo aveva considerato parzialmente incapace di intendere e di volere al momento dei fatti.
La Corte d’assise non ha seguito questa impostazione e ha inflitto anche a Barreca la pena massima. Solo il deposito delle motivazioni consentirà di conoscere nel dettaglio la valutazione compiuta dai giudici sulle sue condizioni psichiche e sulla capacità di comprendere il significato delle proprie azioni.
Il procedimento separato contro Miriam
Un percorso giudiziario distinto ha riguardato Miriam, minorenne all’epoca del massacro. In primo grado il Tribunale per i minorenni l’aveva condannata, con rito abbreviato, a 12 anni e otto mesi di reclusione per la partecipazione alle violenze e agli omicidi.
Il 26 marzo 2026 la sezione per i minorenni della Corte d’appello di Palermo ha però ribaltato quella decisione, assolvendola perché temporaneamente incapace di intendere e di volere. Secondo i giudici, la giovane era stata condizionata e coartata dagli adulti fino a perdere la capacità di autodeterminarsi.
La sentenza pronunciata il 2 luglio chiude soltanto il primo grado del principale processo sulla strage. Restano aperti i successivi passaggi giudiziari e, soprattutto, l’interrogativo più inquietante lasciato da questa vicenda: come una convinzione delirante, rivestita di parole religiose, abbia potuto trasformare una casa familiare in un luogo di segregazione, tortura e morte.




