La “nuova” stagione dei rendering si preannuncia semplicemente come la replica di un film già abbondantemente proiettato: molti effetti speciali, un botteghino salatissimo, ma una trama decisamente troppo debole per chi a Messina, banalmente, vorrebbe restarci a vivere e a lavorare.


Una quasi soporifera sensazione di déjà-vu. E’ la sensazione che si avverte, con pacatezza ed obiettività, leggendo la nota del candidato Sindaco per Messina Federico Basile che ha illustrato oggi la sua ricetta per il rilancio economico cittadino. Una “visione futura”, una annunciata, anzi strombazzata “fase 3” al momento delle sue dimissioni che appare in realtà come la più classica e consolidata delle garanzie politiche: tutto cambierà affinché nulla cambi. È la sublimazione della continuità amministrativa, un metodico copia-incolla di quanto già visto negli ultimi anni in riva allo Stretto, venduto però a prezzo di saldo elettorale. Il modello di sviluppo finora proposto, e di cui la nota promette un’orgogliosa prosecuzione, sembra fondarsi su una solida e inossidabile politica di “grandi eventi”. Mentre si mostrano i muscoli di quasi 900 candidati pro Basile, nel programma si sentono forti gli echi del recente passato durante il quale abbiamo visto sfilare concerti e passerelle, iniziative ottime per i selfie istituzionali e per il palinsesto dei social network. Peccato che la ricaduta strutturale sull’economia cittadina rasenti lo zero termico. Il copione è noto: si intrattiene la platea, si monta il palco, si smonta il palco, e il lunedì mattina i commercianti messinesi tornano a fare i conti con il deserto commerciale e le saracinesche abbassate.
Per non parlare della viabilità della quale si è ampiamente anche “straparlato” nelle ultime settimane.
Poi. Ne abbiamo già ampiamente scritto ed in tempi non sospetti. Ma oggi torna prepotentemente il desiderio, anzi la necessità di chiedersi quanto eventi come il Sud Innovation Summit abbiano davvero inciso sulla economia cittadina. La speranza era che potesse, il Summit, almeno ricadere per un terzo di quanto aveva promesso e di quanto è costato : un evento incartato e presentato come la panacea definitiva per il rilancio tecnologico del meridione. Costo dell’operazione per le casse del Comune – e quindi per le tasche dei messinesi – la modica cifra di oltre 600 mila euro. Solo per la terza edizione, il Comune di Messina ha messo sul piatto un contributo di quasi 200.000 euro. Denaro pubblico, dei cittadini, versato nelle casse dell’organizzazione e dei service. Una cifra considerevole, che impone una riflessione seria sul ritorno dell’investimento. In concreto? Un salotto eccellente, intendiamoci, pieno di belle parole e slide accattivanti. Ma quante startup sono nate in città il giorno dopo? Quanti posti di lavoro reali ha generato questa illuminata e costosissima spesa? Il mistero rimane fitto e ben custodito. Quasi l’ennesimo segreto di Pulcinella.
Nel frattempo, i progetti di sistema, quelli che dovrebbero posare cemento e fibra ottica per creare vere infrastrutture, languono nel cassetto. L’I-HUB, il fantomatico polo dell’innovazione che, nelle promesse, doveva trasformare Messina in una Silicon Valley peloritana, continua a restare mestamente sospeso nel limbo delle buone intenzioni e dei cantieri perenni. E della necessaria rimodulazione, visti i fondi persi.
Mentre nel Palazzo si discute di summit a sei zeri e si celebrano i successi di tappa, la realtà demografica ed economica presenta un conto molto meno festoso. I numeri della Camera di Commercio e dell’Istat, testardi per natura, ci raccontano un’altra città: aziende storiche che chiudono i battenti per crisi economica anche nazionale a cui non si sa reagire senza strumenti ed aiuti (contributi spesi per i concerti) e consunzione, con un’emorragia giovanile che non conosce sosta. I ragazzi messinesi continuano a riempire i traghetti e gli aliscafi, rigorosamente con un biglietto di sola andata verso il Nord Italia o l’estero.
Messina ha perso quasi 18.000 abitanti in dieci anni, un esodo che svuota le strade e invecchia inesorabilmente la popolazione. L’innovazione a colpi di slide, inglesismi tecnici ed effetti speciali, evidentemente, non è ancora riuscita a trattenerli. Forse perché di summit non si fa la spesa e con le dirette social dei concerti non si paga l’affitto.
E per chiudere in bellezza, non poteva certo mancare la verve ecologica, immancabile in ogni programma elettorale che si rispetti: la Hydrogen Valley. Un progetto dal nome esotico e dal respiro europeo, annunciato in pompa magna a favore di telecamera che promette “potenziali ricadute sul sistema produttivo locale”. Ma quali? A voler scorrere le carte, a cercare i cantieri e a misurare lo stato di avanzamento reale, la “valle dell’idrogeno” messinese appare ad oggi come un suggestivo miraggio nel deserto. Di concreto, al momento, c’è molta aria (non si sa se a idrogeno) e pochissima terra mossa.
Insomma, la narrazione di Basile è formalmente impeccabile, a patto di non commettere l’imprudenza di confrontarla con la realtà dei fatti. La “nuova stagione dei rendering”, quella annunciata fase 3, costata nuove elezioni per tornare dove si era prima, si preannuncia semplicemente come la replica di un film già abbondantemente proiettato: molti effetti speciali, un botteghino salatissimo, ma una trama decisamente troppo debole per chi a Messina, banalmente, vorrebbe restarci a vivere e a lavorare.





