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MIRACOLI A PAGAMENTO, TRUPPE CAMMELLATE E SEDIE VUOTE: IL TEATRINO DEL PALARESCIFINA E LE ILLUSIONI REGIONALI DI CATENO

- Editoriale, Ultima Ora
29/03/2026

Il “modello Messina” va in scena al palazzetto. Quattromila paganti (su cinquemila attesi) fanno impallidire le opposizioni. Ma tra dipendenti delle partecipate e liste civetta, la vera anomalia è un’altra: credere ancora alla corsa solitaria di De Luca a Palazzo d’Orléans.

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di GIUSEPPE BEVACQUA

Se c’è una cosa che a Messina è più rara di un cantiere chiuso nei tempi previsti, è un cittadino che paga di tasca propria per andare a sentire un comizio politico. Eppure, al PalaRescifina è andato in scena lo “spettacolo” di Sud chiama Nord per Federico Basile: quattromila anime radunate sotto lo stesso tetto, persino previo obolo. Un’anomalia assoluta per le latitudini peloritane, che la propaganda di partito si è affrettata a incorniciare come “un appuntamento storico” e “un momento di forte mobilitazione civica”.

Ma, superati i fumi dell’incenso e le standing ovation autocelebrative, giova fare un po’ di sana matematica.

La matematica del potere

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Quattromila persone sono una folla immensa, una prova di forza muscolare che ha inevitabilmente fatto impallidire – e rosicare – le sparute e malinconiche inaugurazioni dei comitati elettorali del centrodestra e del centrosinistra, ridotte a poco più che riunioni di condominio. Tuttavia, il “miracolo” ha spiegazioni molto terrene.

Considerando che l’amministrazione uscente gestisce la macchina comunale da ben otto anni, foraggiata da una generosissima disponibilità di denaro pubblico, il pallottoliere si fa presto a comporre. Mettete in fila i dipendenti delle società partecipate, i comunali simpatizzanti, le truppe cammellate della Fenapi, sommateci l’esercito sterminato di candidati spalmati nelle infinite “liste civetta” e moltiplicate il tutto per parenti, cugini e affini di primo grado. Più che una mobilitazione spontanea, sembra la timbratura di un cartellino allargata ai familiari.

E dire che il leader Cateno De Luca aveva caricato l’evento di aspettative ben più faraoniche. I cinquemila attesi non si sono visti. L’ansia instillata alla vigilia (“prenotate o restate fuori!“) si è scontrata con le plastiche sedie vuote immortalate ai bordi della platea. Un dettaglio non da poco, per chi è abituato a vendere il tutto esaurito.

La paura dell’urna e il fumo negli occhi

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Cateno lo sa bene: una cosa è riempire il palazzetto facendo leva sulla “pancia”, sulle clientele e sul portafogli, un’altra è il segreto della cabina elettorale. Da qui, il nervosismo palpabile di una campagna elettorale tra le più anomale e becere della storia recente, caratterizzata da toni surriscaldati e da una paura fottuta del risultato finale che serpeggia in tutti gli schieramenti, indaffarati a stringere i soliti accordi sottobanco, che a Messina rimangono il segreto di Pulcinella meglio custodito.

Sul palco, intanto, andava in scena il repertorio classico. Per il deputato Giuseppe Lombardo, il sacrificio e l’impegno hanno reso Messina “un modello nazionale” (di cosa, non è dato sapere, ma fa sempre un bell’effetto). Federico Basile, accolto da standing ovation, ha dipinto una città “culla della cultura del Mediterraneo“, invitando i cittadini a non guardare i social ma ad affacciarsi alla finestra per contemplare i “risultati”. Sui cantieri del Ponte, poi, il capolavoro del cerchiobottismo: la città “non si farà trovare in ginocchio ad attendere le ruspe”, ma del resto, “semmai un giorno l’opera dovesse essere realizzata, ne riparleremo”. Una posizione ferma, insomma: un deciso “forse”.

Le allucinazioni regionali

Ma il capolavoro comico, come da copione, lo ha riservato per il gran finale l’intervento di Cateno De Luca, proiettato in una dimensione parallela in cui detta legge sull’intera isola. Ha parlato di “Governo di Liberazione“, annunciando la sua candidatura a presidente della Regione Siciliana, per portare “competenza, storia, pubblica amministrazione, coraggio, libertà e lucida follia“.

Poi la chiosa, magnanima: “Farò un passo indietro soltanto al cospetto di un candidato che abbia caratteristiche migliori delle mie”. Una frase a effetto che nasconde il vero dramma politico deluchiano: la convinzione di poter correre da solo alla presidenza della Regione non è più né credibile né politicamente possibile. L’era del “solo contro tutti” si scontra con l’aritmetica impietosa dei voti veri. Ma al PalaRescifina, tra una standing ovation e un biglietto staccato, c’è ancora chi applaude all’idea che basti una piazza piena per conquistare la Sicilia.

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