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De Luca e la fabbrica del consenso: la denuncia come strumento politico

- 17/03/2026
giorgianni

“Quando la denuncia diventa immediatamente messaggio politico, quando viene caricata di significati generali prima ancora che sia accertata, si entra in una zona ambigua. Non si nega il fatto. Ma lo si utilizza”.

di Angelo Giorgianni

C’è un punto da cui partire, ed è un punto fermo.
Le minacce, se ci sono state, sono un fatto grave. Sempre. Senza attenuanti. Senza ambiguità.

Chiunque eserciti una funzione pubblica — e ancor più chi è impegnato in una campagna elettorale — deve poter agire senza pressioni, intimidazioni, condizionamenti. È un principio che non riguarda una persona, ma la qualità stessa della democrazia.

Per questo la denuncia di Cateno De Luca non può essere liquidata con superficialità né ridotta a polemica politica. Va presa sul serio, verificata, approfondita. E, se fondata, perseguita con rigore.

Ma proprio per questo — ed è qui il punto decisivo — la gestione pubblica di quella denuncia diventa altrettanto rilevante quanto il fatto in sé.

Un episodio ancora controverso, ancora oggetto di accertamento, è stato immediatamente proiettato in una dimensione assoluta: intimidazione, regia, attacco alla democrazia. Una narrazione completa, chiusa, definitiva. Subito.

È qui che nasce il problema.

Perché tra il diritto di denunciare e il modo di comunicare la denuncia passa una linea sottile ma essenziale: quella tra responsabilità e rappresentazione.

Il dovere della misura

Chi denuncia ha diritto a essere ascoltato. Ma ha anche il dovere della misura.

Non per prudenza personale, ma per rispetto istituzionale. Perché anticipare il giudizio, caricare ogni episodio di un significato totale, significa spostare il piano dalla verifica alla percezione. E la percezione, soprattutto in campagna elettorale, è materia politica.

Nel caso di Barcellona Pozzo di Gotto, questo passaggio è evidente. Un fatto ancora da chiarire diventa immediatamente simbolo. Non solo di un episodio, ma di un clima, di un sistema, di una tesi già costruita.

Il rischio è duplice:
• da un lato si comprime il tempo della verità
• dall’altro si produce un effetto reputazionale su un’intera comunità

E questo, indipendentemente dall’esito delle indagini.

Il metodo: quando la denuncia diventa narrazione

Qui il discorso si allarga. Perché l’episodio non appare isolato, ma coerente con un modo di fare politica ormai consolidato.

Un metodo fondato su:
• esposizione mediatica continua
• drammatizzazione degli eventi
• costruzione di un conflitto permanente

In questo schema, ogni fatto — anche il più incerto — diventa occasione narrativa. Non si aspetta che venga chiarito: si inserisce immediatamente in un racconto più grande. Non è solo comunicazione. È costruzione di senso.

E questo metodo ha trovato nel tempo una sua evoluzione. A fianco di Cateno De Luca si collocano figure più giovani, come Ismaele La Vardera, che utilizzano strumenti diversi ma una grammatica simile: denuncia, esposizione, indignazione.

Non costruiscono strutture politiche: costruiscono attenzione. Non organizzano consenso: lo mobilitano emotivamente. È la politica come sequenza di eventi.

Il nodo: tra legittima denuncia e uso politico

Il punto, allora, non è scegliere tra due versioni — intimidazione o equivoco — perché questo spetta alle autorità. Il punto è un altro: come viene utilizzato pubblicamente un fatto ancora incerto.

Quando la denuncia diventa immediatamente messaggio politico, quando viene caricata di significati generali prima ancora che sia accertata, si entra in una zona ambigua. Non si nega il fatto. Ma lo si utilizza.

E questo utilizzo produce effetti:
• rafforza una narrazione di conflitto
• mobilita consenso
• polarizza il dibattito

Ma al tempo stesso rischia di indebolire la credibilità complessiva, perché mescola piani diversi: quello giudiziario e quello politico.

Il danno collaterale

C’è infine un elemento che non può essere ignorato.

Quando un episodio viene amplificato senza misura, il danno non resta circoscritto ai protagonisti. Si estende al contesto. Una città come Barcellona Pozzo di Gotto finisce per essere associata a quell’episodio. Diventa simbolo, sfondo, rappresentazione. E così un fatto ancora da accertare produce un effetto certo:
l’ombra su un’intera comunità.

È il rischio della politica del rumore: trasforma i luoghi in scenografie e i cittadini in comparse.

Resta, allora, una doppia esigenza. Da un lato: fare piena luce sull’episodio, senza sconti, senza ambiguità.

Dall’altro: recuperare il senso della misura nella comunicazione pubblica.

Perché la politica non può vivere di reazioni immediate e narrazioni assolute. Deve saper distinguere tra ciò che è accertato e ciò che è ancora da verificare.

Altrimenti il rischio è chiaro: che la denuncia, da strumento di verità, diventi strumento di consenso.

E che il rumore finisca, ancora una volta, per coprire proprio ciò che dovrebbe emergere: la verità dei fatti.

Perché una democrazia non si misura dalla quantità di rumore che produce.
Si misura dalla qualità della verità che riesce a proteggere.


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