Il sindaco esegue l’ordine di scuderia di De Luca per anticipare il voto, condannando la città al commissario e alla paralisi sui fondi post-ciclone. La scusa del Consiglio ostile è una bufala smentita dai verbali: approvati tutti gli atti presentati tranne quello ritirato dalla stessa Giunta perché sbagliato.

È partito il countdown. Tic, tac. Tra venti giorni sapremo se le dimissioni di Federico Basile sono carta straccia o l’ennesimo capitolo della tragicommedia messinese. Ma a naso, conoscendo i polli (e soprattutto l’allevatore), il sindaco lascerà che le lancette scorrano fino all’ultimo secondo utile per rendere irrevocabile un atto che non ha deciso lui, ma il suo “padrone” politico. Quello che comanda davvero.
Così Messina, già in ginocchio per i danni del ciclone Harry, si prepara a finire nel congelatore. Tre mesi, minimo, di commissariamento. Tradotto: paralisi. Fondi in scadenza che andranno in fumo, urgenze post-calamità che finiranno nel tritacarte della burocrazia ordinaria, cantieri fermi. Un capolavoro di tempismo, o meglio, di cinismo politico, consumato sulla pelle di una città che avrebbe bisogno di tutto fuorché di un vuoto di potere.
Ma il bello – si fa per dire – viene quando si ascoltano le motivazioni. Basile, con l’imbarazzo di chi recita un copione scritto male da altri, ha balbettato di “difficoltà in Consiglio comunale”, di un’amministrazione ostaggio dell’aula. E qui, signori miei, la realtà prende a schiaffi la fantasia. O meglio, la matematica smentisce le balle.
Prendiamo la calcolatrice. Dall’inizio della sindacatura, l’amministrazione Basile ha portato in Consiglio la bellezza di 442 delibere. Sapete quante ne sono state bocciate dall’opposizione “cattiva e ostruzionista”? Tenetevi forte: zero. L’unica che non è passata – il bilancio consuntivo della Messina Social City – non è stata respinta dai consiglieri, ma ritirata in fretta e furia dall’assessora Calafiore perché, per usare un francesismo, era scritta con i piedi (pagine copia e incolla che non c’entravano nulla). Dunque, ricapitolando: su 442 atti, 441 approvati e uno ritirato dal mittente per manifesta incapacità. Se questa è una crisi politica, io sono Napoleone.
La verità, quella che non si può dire nelle conferenze stampa lacrimevoli, è un’altra. Basile si dimette non perché non lo fanno lavorare, ma perché serve a Cateno De Luca. Il piano è di una banalità sconcertante: far cadere il Comune ora per spiazzare le opposizioni, anticipare il voto di un anno ed evitare l’incubo dell’ election day (nazionali più regionali) che diluirebbe il consenso. Bisogna salvare l’unica roccaforte rimasta, l’ultimo fortino deluchiano: Messina. Costi quel che costi, anche se il prezzo è lasciare la città allo sbando con le macerie del ciclone ancora per strada.
E se questo giochino di palazzo andrà in porto, se i messinesi accetteranno di farsi usare ancora una volta come carne da cannone per le ambizioni di un singolo, non potranno prendersela con il destino cinico e baro. Saranno, semplicemente, complici.




