La linea difensiva del luminare messinese sdogana il conflitto d’interessi: incassare contributi dalle aziende è ormai «abitudine». Ma l’ammissione apre uno squarcio inquietante sulla gestione della salute pubblica: se il marketing detta legge in corsia, la scelta di farmaci e protesi risponde ancora alla scienza o solo al peso dello sponsor?

E dunque non c’è scandalo, c’è solo abitudine. Non c’è dolo, c’è solo consuetudine. Arriva così la giustificazione che non ti aspetti, quella che congela l’aula e chi ancora crede che la medicina sia una missione e non un ufficio acquisti. Davanti ai giudici del Riesame, Francesco Stagno d’Alcontres, nome pesante della sanità e dell’accademia messinese, non ha negato i fatti, ha negato l’eccezione. Ha sdoganato il teorema del «così fan tutti»: ricevere denaro dalle case farmaceutiche per la partecipazione ai convegni? «Prassi comune», ha detto.
Una difesa tecnica, si dirà. Un modo per diluire la responsabilità individuale nel grande mare magnum del sistema. Ma in questa normalizzazione del conflitto d’interessi, che potrebbe annidarsi il veleno. Perché se accettiamo che il passaggio di denaro da chi vende farmaci e protesi a chi quei farmaci e quelle protesi deve prescriverli sia «prassi», allora abbiamo un problema che va ben oltre il singolo fascicolo giudiziario aperto sulla riva dello Stretto.
La domanda che questo retroscena impone va posta senza i fronzoli dell’accademia: quanto pesa quel bonifico? Quanto incide la sponsorizzazione del weekend congressuale, la consulenza d’oro, il rimborso generoso, quando il professore torna in corsia e deve firmare l’ordine di acquisto? Siamo di fronte a un gigantesco rimosso collettivo. Ci piace pensare al medico come all’ultimo baluardo dell’etica, guidato solo dal principio di efficacia, dalla letteratura scientifica, dal bene del paziente che giace inerme nel letto. Ma se dietro quel camice bianco si muove un attore economico che considera «normale» tali rapporti di do ut des con i fornitori, la prospettiva si ribalta. Il paziente diventa cliente, la cura diventa merce, la scelta del presidio medico rischia di non rispondere più alla domanda «qual è il migliore?», ma alla domanda «chi mi ha trattato meglio all’ultimo congresso?».
Messina, ancora una volta, diventa laboratorio e specchio di un’Italia malata. Qui, dove l’Università e il Policlinico sono i veri centri di potere, le dinastie si intrecciano e le inchieste si susseguono con la regolarità delle maree, la giustificazione della «prassi comune» suona come una resa incondizionata. È il trionfo del cinismo: se lo fanno tutti, non è reato, è ambiente. È ecosistema.
Eppure, in questo teatro dell’assurdo, qualcuno paga il biglietto. Lo paga il Servizio Sanitario Nazionale, dissanguato da costi che lievitano inspiegabilmente. Lo paga il cittadino, costretto a fidarsi di una prescrizione su cui ora si allunga l’ombra del marketing travestito da scienza.
D’Alcontres ha parlato per difendersi, ed è suo diritto. Ma le sue parole hanno aperto uno squarcio su un mondo dove il confine tra aggiornamento scientifico e corruzione percepita è diventato sottile, invisibile, forse inesistente. Se questa è la prassi, allora il sistema è marcio dalle fondamenta. E la cosa più amara non è scoprire che il denaro circola, ma vedere con quale naturalezza si pretenda che noi, i pazienti, lo consideriamo normale. Come se la salute fosse un affare tra gentiluomini in cui l’unica cosa che conta, alla fine, è che i conti tornino. Per loro.




