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L’ateneo peloritano si trova al centro di un’accesa controversia, un groviglio di etica e politica che odora di polvere da sparo mediorientale. La miccia è un accordo di cooperazione, siglato nel maggio 2021 dall’allora rettore Salvatore Cuzzocrea, con la Hebrew University of Jerusalem. Un’intesa che, sulla carta, mira a “promuovere attività didattiche, di ricerca e culturali congiunte“, ma che, secondo un fronte sempre più compatto di docenti e ricercatori, nasconde un’anima ben più sinistra.
Sono oltre duecento le firme in calce a un appello che chiede alla rettrice, Giovanna Spatari, di fare un passo indietro, di stracciare quel patto considerato “una macchia nera“. L’accusa è pesante: la Hebrew University sarebbe “coinvolta nei programmi dell’apparato militare e finanziario dello Stato di Israele“, una sorta di braccio accademico di una politica ritenuta di “sterminio” ai danni del popolo palestinese. Un’accusa che si fonda su report e inchieste del giornalista Antonio Mazzeo, che ha messo in luce i legami tra l’università israeliana e la formazione degli ufficiali dell’esercito.
Dall’altra parte della barricata, si erge il muro della libertà accademica, della necessità di non recidere i fili del dialogo, anche quando il rumore delle armi si fa assordante. C’è chi teme che il boicottaggio possa alimentare “forme di antisemitismo latente” e chi, come il Senato Accademico dell’ateneo messinese, pur esprimendo preoccupazione per la crisi umanitaria a Gaza, sceglie di non usare la parola “genocidio“, una cautela che ha innescato una contro-replica da parte di 141 docenti.
La vicenda dell’Università di Messina non è un caso isolato, ma si inserisce in un dibattito che sta infiammando gli atenei di tutto il mondo occidentale.


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