
Mentre proseguono quasi in sordina le operazioni nell’area di via Circuito, ATM e amministrazione comunale non hanno ancora fornito una ricostruzione completa delle scelte contestate dalle opposizioni. Il dibattito tornerà in commissione, dopo la sospensione concessa al nuovo Cda per ricostruire il dossier. Ma i lavori non si sono mai fermati.


A Torre Faro i lavori vanno avanti. Le risposte, invece, sono rimaste indietro. Nell’area di via Circuito destinata al nuovo hub ATM proseguono le operazioni di approntamento, quasi alla chetichella, mentre le domande sollevate dalle opposizioni e portate in Consiglio comunale attendono ancora chiarimenti completi e documentati. Come se la vicenda fosse già chiusa. Come se bastasse aver deciso per rendere superfluo spiegare. E soprattutto come se il denaro di un’azienda interamente pubblica potesse essere amministrato senza dover rendere conto, fino in fondo, delle scelte compiute.
Facendo un veloce recap: si tratta di un conto è di 645mila euro. Sono 330mila euro per nove anni di affitto di un terreno privato e altri 315mila per realizzare il nuovo capolinea dei bus elettrici, con quattro stalli per i mezzi pubblici, infrastrutture di ricarica e appena 32 posti auto. Il terreno appartiene all’imprenditore Roberto Ruggeri, ideatore del Sud Innovation Summit, manifestazione sostenuta economicamente anche dal Comune di Messina. La storia amministrativa passa dal maggio 2023, quando ATM pubblica un avviso per individuare un’area a Torre Faro. Appena otto giorni per presentare le offerte. Ne arrivano tre. Nell’aprile 2024 viene redatto lo studio di prefattibilità e nel luglio successivo il consiglio di amministrazione, allora presieduto da Pippo Campagna, approva la scelta. Non all’unanimità: il consigliere Salvatore Ingegneri vota contro. La scelta cade proprio sul terreno di Ruggeri, acquistato nel giugno 2021, secondo la ricostruzione degli atti notarili pubblicata da Messina Oggi.
Ma perché quel terreno? È la domanda alla quale ATM dovrebbe rispondere con numeri, valutazioni economiche e documenti. Non con dichiarazioni di principio sulla mobilità sostenibile. Perché un’alternativa esisteva. Di fronte al Capo Peloro Resort, sempre in via Circuito, c’era un’altra area: circa 2.300 metri quadrati, già pianeggiante, già utilizzata nel 2023 come parcheggio temporaneo. Secondo lo studio di prefattibilità, avrebbe potuto ospitare fino a 94 posti auto e generare ricavi teorici per circa 46mila euro annui. Il terreno scelto da ATM, invece, misura circa 1.700 metri quadrati, si trova sotto il livello stradale e richiede interventi per rampe, sostegni e sistemazione dell’area. Una trasformazione che costa denaro pubblico, su una proprietà che pubblica non è.
La valutazione tecnica aveva individuato nell’area davanti al Resort un limite: la distanza di circa 300 metri dal capolinea della navetta, ritenuta penalizzante per la funzione di interscambio. Una motivazione esistente, dunque, ma che non esaurisce la questione. Perché bisognerebbe conoscere quanto quella distanza abbia pesato rispetto ai costi, alla maggiore superficie disponibile e alla possibilità di utilizzare un terreno già attrezzato per la sosta.
C’è poi il nodo principale. Perché affittare per nove anni invece di valutare concretamente un acquisto? E soprattutto che cosa prevedono le clausole contrattuali sulla sorte delle opere alla scadenza della locazione? Domande sollevate dai consiglieri del Pd Alessandro Russo, Antonella Russo e Mariella Perrone, da Fratelli d’Italia, dalla Lega e dai consiglieri Pippo Capurro e Marcello Scurria. A queste si sono aggiunte le contestazioni delle associazioni ambientaliste sulla necessità di verificare le autorizzazioni e le valutazioni ambientali in un territorio delicato come Capo Peloro.
Il dibattito tornerà in commissione consiliare. Era rimasto in sospeso proprio per consentire al nuovo consiglio di amministrazione di ATM di ricostruire l’intero dossier. Una vicenda che i nuovi amministratori si sono ritrovati sulla scrivania senza averne seguito le origini, le valutazioni preliminari e il percorso che aveva portato alla scelta definitiva. Il 13 ottobre, davanti alla commissione, la presidente Chiara Sterrantino aveva chiesto tempo per recuperare la documentazione e ricostruire i passaggi amministrativi. Una richiesta comprensibile, considerato che l’attuale Cda ha ereditato decisioni assunte da chi lo ha preceduto. La commissione aveva dunque lasciato aperto il confronto, concedendo il tempo necessario per riordinare le carte e mettere i nuovi vertici nelle condizioni di rispondere alle domande dei consiglieri. Ma mentre il Cda ricostruisce, il cantiere avanza.
È questo il paradosso. L’esigenza di approfondire una vicenda che gli attuali amministratori non hanno seguito direttamente è stata ritenuta sufficiente per sospendere il confronto istituzionale. Non altrettanto per fermare, almeno temporaneamente, le operazioni sul terreno. Non risulta che sia stata disposta alcuna sospensione dei lavori. E così si continua a intervenire sull’area mentre resta ancora da completare, davanti ai rappresentanti dei cittadini, la ricostruzione delle ragioni che hanno determinato l’investimento.
Sul piano politico e amministrativo la contraddizione è evidente: si riconosce la necessità di fare chiarezza su una scelta da 645mila euro, senza che questa esigenza incida minimamente sulla sua esecuzione. Il tempo per spiegare, dunque, serve. Quello per portare avanti l’intervento, evidentemente, no. Ma il Consiglio comunale non è un organismo ornamentale. I consiglieri, anche quelli dell’opposizione, rappresentano i cittadini ed esercitano una funzione di controllo che non può essere considerata un fastidio amministrativo. Le loro domande non sono una cortesia da soddisfare quando si trova il tempo. Nessuno contesta l’utilità di un capolinea efficiente per Torre Faro. Si contesta la convenienza economica di una precisa soluzione e il modo in cui questa è stata individuata e finanziata.
Intanto l’area cambia volto, il progetto procede e l’investimento pubblico prende forma su un terreno privato. Resta da sapere perché quella scelta sia stata la migliore possibile per la città. Non per chi l’ha decisa. Non per chi possiede il terreno. Per i cittadini che, direttamente o indirettamente, pagano il conto.



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