
Angelo Giorgianni, ex magistrato e senatore, racconta l’incontro con il governatore per la vertenza degli agricoltori: poco tempo a disposizione, un parlamentare come intermediario e il rifiuto di riconoscere i presìdi come interlocutori. Una testimonianza pesantissima che solleva una questione di democrazia. Giorgianni chiede le dimissioni del presidente della Regione.


Il presidente aveva poco tempo. Gli agricoltori, invece, ne avevano perso fin troppo. Mesi di proteste, aziende sull’orlo del collasso, costi di produzione insostenibili, trattori sulle strade e un’intera economia agricola che cerca disperatamente di non morire. Ma evidentemente, nel palazzo della Regione Siciliana, il tempo di chi governa vale più di quello di chi lavora.
È quanto emerge dalla testimonianza diretta di Angelo Giorgianni, ex magistrato, già impegnato in importanti inchieste giudiziarie a Messina, senatore della Repubblica nella XIII legislatura, dal 1996 al 2001, e oggi segretario generale dell’Organizzazione Mondiale per la Vita, impegnata nella tutela dei diritti dei cittadini e intervenuta su questi temi anche durante la pandemia.
Giorgianni, che segue come consulente alcuni presìdi agricoli siciliani, era presente all’incontro con Renato Schifani. Non riferisce indiscrezioni raccolte nei corridoi. Racconta ciò che sostiene di avere ascoltato personalmente nell’ufficio del presidente della Regione. E il suo racconto è politicamente devastante.
Schifani, secondo Giorgianni, avrebbe subito chiarito di avere poco tempo e di aver ricevuto la delegazione soltanto per fare una cortesia a un parlamentare che aveva favorito l’incontro. Una cortesia. La parola che descrive meglio di molte analisi una certa idea del potere. Per parlare con il presidente della propria Regione occorrerebbe dunque qualcuno che apra la porta. Un deputato, possibilmente vicino alla maggioranza. Una specie di cerimoniere autorizzato a introdurre i sudditi alla presenza del sovrano.
Manca soltanto l’inchino.
Naturalmente, Schifani può organizzare la propria agenda come ritiene opportuno. Può scegliere tempi e modalità delle consultazioni, confrontarsi prioritariamente con le organizzazioni di categoria. Ma esiste una differenza enorme tra organizzare il dialogo istituzionale e far percepire ai cittadini che essere ascoltati costituisca una concessione personale. E c’è un secondo particolare, ancora più grave, nella testimonianza di Giorgianni: il presidente avrebbe dichiarato di riconoscere come interlocutori esclusivamente le organizzazioni di categoria, escludendo di fatto i rappresentanti dei presìdi spontanei. Proprio quei presìdi nati perché una parte degli agricoltori non si sente più rappresentata dalle strutture tradizionali.
Insomma, è il paradosso perfetto. Chi protesta perché non trova ascolto viene invitato a rivolgersi agli stessi organismi dai quali ritiene di non essere adeguatamente rappresentato. Un circuito chiuso, comodissimo per chi governa. Fuori dal quale il cittadino rischia di diventare invisibile. Il governo regionale ha annunciato e stanziato interventi economici contro il caro carburante. Ma il problema sollevato da questa testimonianza non riguarda soltanto la quantità degli aiuti. Riguarda l’idea stessa di rappresentanza. Schifani non è stato eletto presidente delle associazioni di categoria. È stato eletto presidente della Regione Siciliana. Anche dei siciliani che non lo hanno votato, che lo contestano, che non hanno amici deputati e che arrivano davanti alle istituzioni con le mani sporche di terra anziché con un biglietto da visita politico. Un presidente può dire di no. Può spiegare che le risorse non bastano. Può persino ammettere di non avere una soluzione. Ciò che non dovrebbe fare è lasciare intendere che il confronto con i cittadini sia un favore dispensato dall’alto.
La versione di Giorgianni chiama direttamente in causa Schifani, al quale spetta naturalmente la possibilità di contestarla o fornire una diversa ricostruzione dell’incontro. Ma il racconto di un uomo che ha ricoperto funzioni nella magistratura e nelle istituzioni parlamentari, e che dichiara di essere stato presente, non può essere liquidato come una polemica di seconda mano. Giorgianni arriva a chiedere le dimissioni del governatore, collegando quanto accaduto alla più ampia crisi di credibilità politica del governo regionale. È una richiesta radicale, sulla quale si può essere d’accordo oppure no. Ma la questione che la precede è assai più semplice: un presidente deve ricordarsi che la Regione non è casa sua e i cittadini non sono ospiti da ricevere per gentile concessione. La richiesta di Giorgianni investe e chiama in causa tutti i gruppi politici e deve essere tenuta in considerazione, fornendo una riflessione politica che deve evolvere in azione e presa di posizione.
Nei racconti di Andersen bastava un bambino per accorgersi che il re era nudo. Qui c’è un ex magistrato che sostiene di aver visto da vicino come viene esercitato il potere. E lo racconta senza risparmiare nulla.
Di seguito pubblichiamo integralmente la sua dichiarazione.
LA DICHIARAZIONE INTEGRALE DI ANGELO GIORGIANNI
IL RE È NUDO: SCHIFANI NON È IL PRESIDENTE DI TUTTI I SICILIANI. SI ASSUMA LE SUE RESPONSABILITÀ E SI DIMETTA
Ci sono momenti nei quali il potere, convinto di poter amministrare tutto e tutti, finisce per rivelare la propria vera natura. Non servono grandi scandali, dichiarazioni solenni o documenti riservati. A volte bastano poche frasi, pronunciate davanti a cittadini che chiedono semplicemente di essere ascoltati, per mettere a nudo una concezione delle istituzioni profondamente distante dai principi della democrazia.
È quanto è accaduto durante l’incontro tra il presidente della Regione Siciliana, Renato Schifani, e i rappresentanti dei presìdi degli agricoltori e dei consumatori.
Un incontro che non ha semplicemente deluso. Ha rivelato qualcosa di molto più grave: una preoccupante concezione del rapporto tra chi governa e chi dovrebbe essere rappresentato.
E su quanto accaduto non ci sono ricostruzioni di terzi da verificare. Chi scrive era presente e ha ascoltato direttamente le parole pronunciate dal presidente della Regione.
L’incontro si è aperto con una dichiarazione che, da sola, avrebbe dovuto far riflettere: il presidente aveva poco tempo e aveva ricevuto i rappresentanti dei presìdi soltanto per cortesia, per fare una cortesia a un parlamentare.
Già questo passaggio merita una riflessione. Perché quei rappresentanti non erano arrivati a Palazzo per chiedere un favore personale, né per ottenere un privilegio. Erano lì per portare davanti alla massima istituzione regionale la disperazione di un mondo produttivo che rischia di essere travolto da una crisi ormai insostenibile.
Ma c’è un particolare ancora più significativo: per ottenere quell’incontro è stata necessaria la sponsorizzazione di un esponente politico sembra appartenente alla stessa maggioranza che sostiene il governo Schifani.
Ecco il primo, clamoroso paradosso: cittadini e lavoratori, per essere ricevuti dal presidente della Regione, hanno avuto bisogno dell’intercessione di un parlamentare forse della sua stessa maggioranza. Come se il diritto di rivolgersi alle istituzioni non fosse sufficiente e occorresse una sorta di lasciapassare politico.
Da quando, in una democrazia, il cittadino deve trovare un padrino politico per poter parlare con il presidente della propria Regione?
Da quando l’accesso alle istituzioni è diventato una concessione personale anziché un ordinario esercizio dei diritti democratici?
Ma il seguito dell’incontro è stato ancora più rivelatore.
Il presidente ha dichiarato che non dà ascolto ai singoli agricoltori né ai rappresentanti dei presìdi, perché riconosce come interlocutori esclusivamente i rappresentanti delle organizzazioni di categoria.
Una posizione ribadita anche quando gli è stato spiegato che i presìdi sono nati proprio perché una parte significativa del mondo agricolo non si sente più rappresentata e tutelata attraverso i tradizionali organismi intermedi.
È qui che emerge la gravità istituzionale di quelle affermazioni.
Le organizzazioni di categoria svolgono una funzione importante e nessuno ne contesta il ruolo. Ma non sono proprietarie della rappresentanza sociale, non detengono il monopolio della voce dei lavoratori e, soprattutto, non possono diventare l’unico canale attraverso il quale un cittadino può rivolgersi alle istituzioni.
I presìdi non sono nati per capriccio, per ambizione personale o per alimentare una competizione tra sigle associative. Sono nati dalla necessità di dare voce a un disagio che non ha trovato risposte sufficienti. Sono nati perché agricoltori, imprenditori e lavoratori hanno deciso di non rassegnarsi al progressivo impoverimento delle proprie aziende e dei propri territori.
E proprio questo avrebbe dovuto indurre il presidente a interrogarsi sulle ragioni di quella mobilitazione.
Invece, la risposta è stata quella di richiamare continuamente la legittimazione degli organismi intermedi, come se la rappresentanza formale fosse più importante della realtà concreta e della sofferenza di chi lavora.
È una concezione burocratica e verticistica della democrazia, nella quale il cittadino sembra avere diritto di parola soltanto quando è accompagnato da una sigla riconosciuta dal potere.
Ma la democrazia non funziona così.
Il presidente della Regione non viene eletto dalle associazioni di categoria. Non riceve il proprio mandato dai sindacati, dalle organizzazioni professionali o dai gruppi dirigenti. Viene eletto dai cittadini e, proprio per questo, deve rappresentare tutti i siciliani: quelli che lo hanno votato e quelli che non lo hanno votato, quelli che condividono le sue scelte e quelli che le contestano, quelli che si riconoscono nelle organizzazioni tradizionali e quelli che decidono di manifestare autonomamente il proprio dissenso.
Il mandato elettorale non attribuisce il diritto di scegliere quali cittadini meritino ascolto.
E non è tutto.
Durante l’incontro è stato chiarito che quella mobilitazione non riguardava soltanto gli interessi di una categoria professionale. La crisi agricola investe l’intera economia siciliana. Riguarda i consumatori, che subiscono le conseguenze delle distorsioni della filiera e dell’aumento dei prezzi; riguarda i commercianti, che dipendono dalla tenuta del sistema produttivo; riguarda i lavoratori, le famiglie e i territori.
Quando l’agricoltura entra in crisi, non è soltanto l’agricoltore a perdere. Perde l’intera comunità.
È stato ricordato, inoltre, che la protesta aveva raccolto il sostegno delle istituzioni territoriali: il sindaco di Canicattì, il presidente della Provincia di Agrigento e i sindaci del territorio avevano condiviso le ragioni della mobilitazione e la piattaforma rivendicativa.
Non si trattava, dunque, di una protesta isolata, di una rivendicazione individuale o di un’iniziativa priva di radicamento territoriale. Si trattava di una mobilitazione che aveva coinvolto una parte significativa della comunità e trovato ascolto anche nelle istituzioni locali.
Eppure, neanche questo ha modificato la posizione del presidente.
Il messaggio rimaneva sostanzialmente lo stesso: i rappresentanti dei presìdi non erano interlocutori riconosciuti.
A questo punto la questione supera definitivamente i confini della vertenza agricola.
Qui si discute del significato della rappresentanza democratica, del rispetto dovuto ai cittadini e del modo in cui viene esercitato il potere pubblico.
Un presidente della Regione può non condividere le richieste di una protesta. Può contestarne le proposte, può spiegare che alcune rivendicazioni non rientrano nelle competenze regionali, può dichiarare di non avere soluzioni immediate. Ma non può trasformare il diritto di essere ascoltati in una cortesia personale, né subordinare il confronto alla sponsorizzazione di un esponente politico.
Ascoltare non significa accettare. Ricevere non significa promettere. Confrontarsi non significa cedere.
Significa rispettare la dignità dei cittadini e riconoscere che le istituzioni esistono per servire la comunità, non per selezionare gli interlocutori graditi a chi temporaneamente le governa.
Ed è proprio per questo che le dichiarazioni pronunciate durante quell’incontro pongono un problema politico che non può essere minimizzato.
Un presidente che dichiara di non ascoltare determinate componenti della società perché non rappresentate dagli organismi da lui riconosciuti finisce per mettere in discussione la propria funzione di rappresentanza generale.
Non basta essere stati eletti per essere il presidente di tutti i siciliani. Bisogna comportarsi da presidente di tutti i siciliani.
E ieri, almeno in quella circostanza, le parole pronunciate hanno restituito un’immagine molto diversa.
IL PROBLEMA DELLA CREDIBILITÀ DEL GOVERNO REGIONALE
A questa vicenda si aggiunge un quadro politico e istituzionale che non può essere ignorato.
Il governo regionale e la maggioranza che lo sostiene sono stati attraversati da vicende giudiziarie che hanno coinvolto esponenti politici e amministratori, con contestazioni relative anche alla gestione della cosa pubblica.
Naturalmente, le indagini non equivalgono a condanne e ogni responsabilità penale deve essere accertata nelle sedi competenti, nel pieno rispetto della presunzione di innocenza. Ma questo principio, sacrosanto sul piano giudiziario, non può diventare un alibi per sottrarre la politica alle proprie responsabilità.
La responsabilità politica è cosa diversa dalla responsabilità penale.
Un presidente e una maggioranza devono interrogarsi sulla credibilità delle istituzioni che rappresentano, sulla fiducia dei cittadini e sull’opportunità di proseguire il mandato quando il contesto politico è segnato da vicende giudiziarie tanto delicate.
Le dimissioni, in una situazione del genere, non rappresenterebbero un’ammissione di responsabilità penale, né un giudizio anticipato sulle indagini. Rappresenterebbero una scelta di responsabilità istituzionale e politica, che avrebbe già dovuto essere seriamente presa in considerazione.
Ma dopo quanto accaduto nell’incontro con gli agricoltori, la questione assume un significato ulteriore.
Non si tratta più soltanto di valutare la tenuta di una maggioranza investita da problemi di credibilità. Si tratta di chiedersi se il presidente Schifani abbia ancora pienamente compreso il significato della funzione che esercita.
Perché la presidenza della Regione non è la presidenza di una maggioranza politica, non è la rappresentanza di un sistema di relazioni, non è un ufficio riservato alle organizzazioni considerate interlocutori privilegiati.
È la massima istituzione di una comunità composta da quasi cinque milioni di siciliani.
E ogni singolo cittadino, indipendentemente dalla propria appartenenza politica, professionale o associativa, ha diritto di rivolgersi alle istituzioni e di pretendere risposte.
LE DIMISSIONI: UNA QUESTIONE DI DIGNITÀ ISTITUZIONALE
Per queste ragioni, la richiesta di dimissioni del presidente Schifani non può più essere considerata una semplice provocazione politica.
È una richiesta che trova fondamento in due ordini distinti di ragioni.
Il primo riguarda la responsabilità politica di fronte a un governo e a una maggioranza attraversati da gravi vicende giudiziarie, che hanno compromesso la fiducia e l’autorevolezza dell’azione istituzionale e che avrebbero già dovuto indurre a una profonda assunzione di responsabilità.
Il secondo, ancora più direttamente collegato a quanto accaduto ieri, riguarda il rapporto tra il presidente e i cittadini.
Le dichiarazioni pronunciate in presenza dei rappresentanti dei presìdi, e ascoltate direttamente da chi scrive, pongono un interrogativo che non può essere eluso: può continuare a guidare la Regione un presidente che considera una cortesia ricevere lavoratori che chiedono di esporre una crisi economica e sociale? Può rappresentare tutti i siciliani chi dichiara di riconoscere come interlocutori soltanto determinate organizzazioni? Può essere considerato garante dell’intera comunità chi sembra subordinare l’accesso al confronto istituzionale alla mediazione di un esponente politico della propria maggioranza?
Sono domande politiche, non giudizi penali. E meritano una risposta.
La Sicilia non ha bisogno di un presidente che riceva i cittadini per cortesia. Ha bisogno di un presidente che li ascolti per dovere.
Non ha bisogno di un governante che distingua tra interlocutori autorizzati e cittadini non riconosciuti. Ha bisogno di istituzioni capaci di confrontarsi con la società reale, anche quando questa protesta, anche quando contesta, anche quando non si lascia ricondurre agli schemi della rappresentanza tradizionale.
Non ha bisogno di una politica che si chiude nei palazzi e apre le porte soltanto attraverso intercessioni politiche. Ha bisogno di una classe dirigente che sappia rispondere del proprio operato davanti ai cittadini.
La presidenza della Regione non è un privilegio personale. È una responsabilità pubblica. E quando viene meno la capacità di rappresentare l’intera comunità, quando il rapporto con i cittadini si trasforma in una concessione, quando la credibilità istituzionale è messa in discussione da vicende politiche e giudiziarie, è doveroso chiedersi se esistano ancora le condizioni per continuare a governare.
PER QUESTE RAGIONI, SCHIFANI DOVREBBE DIMETTERSI.
Non perché gli agricoltori abbiano ottenuto o meno ciò che chiedevano. Non per una divergenza sul merito delle loro rivendicazioni. Ma perché un presidente della Regione non può dimenticare che la sua legittimazione deriva dai cittadini e che il suo primo dovere è rappresentarli tutti, senza distinzioni e senza privilegi.
Le dimissioni sarebbero un atto di responsabilità nei confronti di una comunità che ha diritto a istituzioni autorevoli, credibili e rispettose della propria dignità.
E forse il significato più profondo di quanto accaduto ieri sta proprio qui: gli agricoltori erano andati a Palazzo per parlare dei problemi della loro terra, ma sono usciti portando alla luce un problema ancora più grande, quello di una politica che sembra aver smarrito il senso del proprio rapporto con il popolo.
Il re è nudo.
E quando chi governa non riconosce più nel cittadino il proprio interlocutore naturale, il problema non è il cittadino che protesta. È il potere che dovrebbe interrogarsi sulla propria legittimazione politica e istituzionale.
PRESIDENTE SCHIFANI, GLI AGRICOLTORI NON LE CHIEDONO UNA CORTESIA. I SICILIANI NON HANNO BISOGNO DI UN PADRINO POLITICO PER ESSERE ASCOLTATI. LE ISTITUZIONI NON SONO CASA SUA E LA REGIONE NON È PROPRIETÀ DELLA SUA MAGGIORANZA. SE NON SI SENTE IN CONDIZIONE DI RAPPRESENTARE TUTTI I SICILIANI, ABBIA IL CORAGGIO DI TRARNE LE CONSEGUENZE: SI DIMETTA.


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