


L’immagine più cruda e allarmante di una crisi che si aggrava di ora in ora è quella delle corsie della grande distribuzione. Da Bari a Napoli, scendendo fino alla Sicilia, i supermercati si stanno progressivamente svuotando. È un effetto domino inesorabile: il blocco della circolazione delle merci ha reciso i collegamenti con le piattaforme di distribuzione logistica e, senza i rifornimenti quotidiani, i beni di prima necessità iniziano a scarseggiare. Un’emergenza alimentare e sociale che spinge i sindaci del Mezzogiorno a rivolgere un appello perentorio al governo: la data del 27 ottobre, fissata per il tavolo di confronto al ministero delle Infrastrutture, è un orizzonte troppo lontano. Bisogna agire subito, o le città rischiano la paralisi totale.
Nonostante il vertice di Milano con il ministro Matteo Salvini e le rassicurazioni dell’esecutivo, la protesta dell’autotrasporto non si scioglie. Una tenaglia che stringe soprattutto il Sud, dove il timore di un cortocircuito urbano ha spinto i sindaci di Bari e Napoli, Vito Leccese e Gaetano Manfredi, a firmare una dura nota congiunta. I due primi cittadini, pur comprendendo le ragioni di una categoria schiacciata da costi operativi ormai insostenibili, avvertono che il prezzo non può essere scaricato sulle comunità. Lo stop agli approvvigionamenti non minaccia soltanto le tavole dei cittadini con la progressiva sparizione dei prodotti freschi e a lunga conservazione, ma rischia di intaccare a brevissimo giro anche i servizi essenziali, dalla raccolta dei rifiuti fino al trasporto pubblico extraurbano.
I toni si fanno ancora più accesi a Salerno, dove Vincenzo De Luca parla apertamente di “notizie sempre più drammatiche” provenienti dai territori. Il problema, sottolinea, ha superato la soglia critica degli scaffali deserti: si profila un blocco che potrebbe travolgere i rifornimenti di carburante, le produzioni agricole destinate al macero e persino le normali attività scolastiche e universitarie. Puntando il dito contro “l’attendismo” e la “sottovalutazione” del governo, De Luca si è detto pronto a scendere in campo in prima persona, annunciando per domani un incontro con una delegazione di manifestanti per tastare il polso della situazione.
In Sicilia, intanto, l’onda d’urto del blocco si sta abbattendo su uno dei settori nevralgici dell’economia isolana: l’agricoltura. A Vittoria, cuore pulsante della produzione ortofrutticola, la tensione è palpabile. Il sindaco Francesco Aiello, al termine di un vertice convocato dal prefetto di Ragusa, Tania Giallongo, non ha usato mezzi termini: “Questo non è uno sciopero, ma una serrata”. La richiesta al governo è di intervenire per liberare le autostrade, arrivando a ipotizzare l’impiego delle forze dell’ordine per scortare i primi tir in partenza e salvare il salvabile di una stagione agricola messa in ginocchio.
Nel frattempo, l’esecutivo prova a disinnescare la bomba. Dal tavolo della Prefettura di Milano, il viceministro Edoardo Rixi ha annunciato lo sblocco di 480 milioni di euro di crediti d’imposta sul gasolio e ulteriori risorse per oltre 150 milioni, pur avvertendo le sigle sindacali che la paralisi del Paese non può durare all’infinito. Le associazioni di categoria incassano le promesse definendole un passo avanti, ma la tregua resta lontana: servono tempi certi per capire quando i fondi arriveranno realmente nelle casse di imprese asfissiate dalla crisi. Ed è in questo scarto temporale tra la burocrazia romana e l’asfalto delle autostrade che si gioca la tenuta del Paese, mentre nei supermercati, giorno dopo giorno, lo spazio vuoto prende il posto delle merci.



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