
L’addio in massa dei giovani neoassunti non è una fatalità da piangere, ma l’inevitabile rifiuto di un sistema che mortifica le ambizioni. Tra stipendi rasoterra, diritti spacciati per concessioni e progressioni interne dove i titoli di studio valgono meno di un opaco “colloquio”, chi ha vero talento sceglie l’unica via logica: scappare dalle macerie di Palazzo Zanca.

Nello streaming di ieri della seduta straordinaria di Consiglio Comunale di ieri, al minuto uno e quarantasette, la verità nuda e cruda sui dipendenti comunali e sulle loro condizioni, sfugge di bocca al sindaco Basile. Su 340 neoassunti, 100 se ne sono già andati. Una rotta che si allarga se si guarda al fiore all’occhiello dell’ordine cittadino: su 100 vigili urbani a tempo indeterminato, entrati tra aprile e maggio, ne sono rimasti 86. Quattordici dispersi nel nulla in una manciata di settimane. Ieri il sindaco l’ha chiamato “esodo“, con quel tono fatalista di chi guarda la grandine che rovina il raccolto e fa finta che sia solo colpa del cielo.
Ma di cosa ci stupiamo? Nessuno, a Palazzo Zanca, che si faccia la domanda più banale: come mai il Comune di Messina è diventato così poco appetibile? O forse la domanda non se la fanno perché conoscono fin troppo bene la risposta.
Non serve un sociologo per capire perché i lavoratori, specie quelli giovani e brillanti, scappano. Basta guardare la busta paga e respirare l’aria che tira negli uffici. Si scappa dalla miseria burocratica. Si fugge da un ente che, dal 2017, ignora i contratti nazionali e si guarda bene dall’attivare le posizioni organizzative. Si fugge da una macchina amministrativa in cui i vertici, con la segretaria in testa, trattano gli istituti contrattuali come concessioni feudali.
Prendiamo i differenziali stipendiali, le famose PEO. La gestione è roba da commedia dell’assurdo: quella del 2023 è stata spedita alla Corte dei Conti per chiederne addirittura la restituzione; quella del 2024 è stata concessa col bilancino a metà degli aventi diritto; la 2025 non è stata ancora bandita e la 2026 non è nemmeno nei radar della decenza e la segretaria generale alias direttore generale ha deciso già per il “non si paga”. Tradotto: se sei bravo, fai il tuo dovere e speri di crescere, ti sbattono la porta in faccia.
E poi c’è il resto, il contorno grottesco del provincialismo punitivo. Lo smart working, che nel mondo produttivo civile è ormai organizzazione intelligente del lavoro, qui è vissuto come un privilegio da estorcere: due, massimo tre giorni a settimana, e solo se hai la drammatica sfortuna di avere gravi patologie e di abitare a più di cinquanta chilometri da Messina. Un percorso a ostacoli concepito per non farlo usare.
Aggiungiamoci stipendi rasoterra, indennità di funzione o di responsabilità maturate e corrisposte con mesi di ritardo, quando va bene. Straordinari pretesi come atto di fede e spesso nemmeno monetizzati.
Infine, il colpo di grazia: l’impossibilità cronica di fare carriera interna. Si bandiscono concorsi che sembrano disegnati apposta per umiliare il merito. L’anzianità di servizio e i titoli di studio, la roba per cui la gente ha sputato sangue, contano gli spiccioli. Il grosso del punteggio viene affidato al “colloquio” sulla generica esperienza maturata. Quella chiacchierata insindacabile e discrezionale che, nel vocabolario del potere locale, serve sempre a sistemare le cose come si deve, a scapito di chi ha solo il proprio curriculum da difendere.
E allora, di fronte a questo capolavoro di miopia gestionale, il sindaco si chiede ancora perché i vincitori di concorso facciano le valigie? I dipendenti non sono stupidi. Semplicemente, rifiutano di farsi seppellire in un ente che chiede tutto, paga male, mortifica le ambizioni e trasforma il diritto in elemosina. Fanno bene a scappare. Il problema vero non è l’esodo di chi se ne va, è l’ottusità di chi resta a governare le macerie. Ma qualcuno in campagna elettorale non aveva “scommesso tutto” sui giovani? Dopo tanti chilometri a reggere il codazzo, che fine hanno fatto? E che fine ha fatto il pifferaio?







