

Una profonda frattura familiare si è trasformata in una complessa battaglia legale che scuote una attività d’impresa più in vista della città. Al centro della vicenda c’è la storica gioielleria La Motta e una quota societaria del 20%, un’eredità oggi ferocemente contesa tra la vedova di uno dei soci e i familiari dell’imprenditore scomparso alla fine del 2023. La disputa è approdata sul tavolo della Procura con una denuncia-querela presentata il 22 luglio, chiedendo interventi cautelari radicali e ipotizzando reati di falso e truffa.
Il valore economico della vertenza è di primissimo piano e va ben oltre il valore nominale delle quote. La denuncia, depositata con l’assistenza degli avvocati Salvatore Silvestro e Francesco Di Giovanni, mette in luce una posta in gioco di forte consistenza. Il bilancio societario al 31 dicembre 2023 registrava utili superiori a 751 mila euro. L’eredità è stata accettata con beneficio d’inventario davanti al notaio, includendo la partecipazione societaria per tutelare i due figli minori del defunto.
Inizialmente, la vedova è stata attivamente coinvolta nella gestione dell’attività per i primi mesi del 2024, percependo un regolare compenso per il suo lavoro. Un dato cruciale emerge tuttavia da una successiva comunicazione, datata 14 marzo 2026, che avrebbe stimato il valore reale della quota a circa 550 mila euro, rendendo ancora più evidente la portata finanziaria dello scontro in atto.
L’equilibrio si è spezzato nell’estate del 2024. Secondo la ricostruzione della querelante, il deterioramento dei rapporti sarebbe scaturito da dinamiche strettamente personali: una sua nuova frequentazione, vissuta dai familiari dell’ex marito come una mancanza di rispetto verso la memoria del defunto. Questo attrito privato ha innescato, secondo l’accusa, la progressiva estromissione aziendale della donna.
Il nodo giuridico centrale riguarda la natura dei flussi di denaro da lei ricevuti. I soci superstiti, in un atto notarile del 13 febbraio 2026, hanno formalizzato la volontà di non continuare il rapporto societario con gli eredi, sostenendo di aver di fatto già liquidato la loro quota attraverso i bonifici precedentemente erogati. La vedova ribatte in modo categorico, affermando che quelle somme rappresentavano unicamente la distribuzione degli utili di esercizio e non la liquidazione del capitale.
La Procura dovrà ora verificare la fondatezza delle accuse e decidere sulla richiesta più pesante avanzata dai legali della donna: il sequestro preventivo delle quote e dell’intero compendio aziendale, con la contestuale nomina di un amministratore giudiziario.








