41 views 6 min 0 Comment

Appalti pubblici gestiti da una “società ombra”: dodici misure cautelari tra Sicilia e Calabria

- 06/08/2026

Sei persone agli arresti domiciliari e altrettanti imprenditori interdetti dai rapporti con la Pubblica amministrazione. L’inchiesta della DDA di Messina riguarda lavori autostradali, opere idrauliche ed efficientamento energetico

MESSINA – Un’organizzazione imprenditoriale parallela, capace – secondo l’accusa – di assumere il controllo effettivo di importanti appalti pubblici, utilizzando imprese formalmente aggiudicatarie, subappalti illeciti, prestanome e false fatturazioni.

È il quadro delineato dalla Direzione distrettuale antimafia di Messina nell’ambito dell’inchiesta che, nella mattinata di oggi, ha portato all’esecuzione di dodici misure cautelari disposte dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Messina.

Il provvedimento è stato eseguito dai carabinieri del Nucleo investigativo del Comando provinciale. Sei persone, ritenute promotrici e gestrici di fatto del presunto sodalizio criminale, sono state poste agli arresti domiciliari. Nei confronti di altri sei imprenditori, considerati concorrenti esterni all’organizzazione, è stato disposto il divieto temporaneo di contrattare con la Pubblica amministrazione.

Le misure sono state adottate dopo gli interrogatori preventivi di 16 dei complessivi 20 indagati. L’ipotesi principale contestata è quella di associazione per delinquere finalizzata alla gestione della fase esecutiva di numerosi appalti pubblici.

L’imprenditore già condannato per i rapporti con i “barcellonesi”

Al centro dell’indagine figura un imprenditore messinese di 61 anni, già condannato in via definitiva per concorso esterno nell’associazione mafiosa riferita alla famiglia dei “barcellonesi”.

Secondo la ricostruzione della Procura, l’uomo avrebbe diretto una vera e propria “organizzazione aziendale ombra”, assumendo il controllo di diverse commesse pubbliche grazie alla collaborazione di imprenditori esterni.

Le aziende formalmente titolari degli appalti avrebbero affidato al gruppo l’intera esecuzione dei lavori o parte di essi, compresa la scelta della manodopera, dei mezzi e delle attrezzature. Il controllo effettivo dei cantieri sarebbe così passato nelle mani del principale indagato, aggirando le autorizzazioni e i controlli previsti dalle stazioni appaltanti.

Le contestazioni riguardano anche l’intestazione fittizia di imprese, il subappalto illecito, la frode nelle pubbliche forniture e il riciclaggio dei proventi che sarebbero stati ricavati dal sistema.

La denuncia partita da un cantiere nel Messinese

L’inchiesta ha avuto origine nel novembre del 2021, quando il rappresentante legale di un consorzio di imprese si rivolse a una stazione dei carabinieri della provincia di Messina.

Il professionista aveva segnalato la presenza, ritenuta anomala, del 61enne all’interno di un cantiere pubblico destinato a lavori di risanamento costiero e alla difesa dall’erosione. L’imprenditore si sarebbe presentato con abiti da cantiere e avrebbe impartito disposizioni all’amministratore di fatto di un’impresa individuale.

Da quella denuncia sarebbero partite intercettazioni telefoniche e ambientali, accertamenti economico-finanziari e controlli fiscali, che avrebbero consentito agli investigatori di ricostruire la presunta rete imprenditoriale.

Gli appalti finiti sotto la lente della DDA

Le indagini riguardano lavori affidati da diversi enti pubblici, tra cui il Consorzio per le Autostrade Siciliane, l’Ufficio regionale del Genio civile di Trapani, il Comune di Brolo e la Città metropolitana di Reggio Calabria.

Tra le opere indicate dalla Procura figurano:

  • la sistemazione idraulica del canale di scolo delle acque meteoriche del torrente Pozzo, a Brolo;
  • la manutenzione degli impianti elettrici, di illuminazione e delle cabine presenti sulle autostrade A18 Messina-Catania, Siracusa-Gela e A20 Messina-Palermo;
  • la manutenzione di alcuni cavalcavia lungo la A18;
  • la pulitura e il miglioramento idraulico di un tratto del fiume Belice, a Partanna;
  • l’efficientamento energetico del Centro direzionale di Reggio Calabria.

Materiali scadenti e rischi per la sicurezza

Particolarmente grave è il capitolo relativo alla sicurezza delle opere pubbliche. Nei cantieri autostradali, secondo gli accertamenti, sarebbero stati installati nelle gallerie impianti di illuminazione non conformi alle caratteristiche previste dai capitolati.

Sui cavalcavia sarebbero stati inoltre utilizzati materiali impermeabilizzanti scadenti e non accettati dalla Direzione dei lavori. La Procura segnala anche il ricorso sistematico a manodopera irregolare.

Condotte che, oltre a produrre un illecito vantaggio economico, avrebbero esposto a rischi la sicurezza pubblica e la regolare esecuzione delle opere finanziate con denaro pubblico.

Il sistema delle false fatture per il carburante

Gli investigatori avrebbero ricostruito anche un circuito destinato a ripulire il denaro sottratto alle commesse pubbliche.

Il sistema si sarebbe basato su fatture false emesse dal gestore di una stazione di servizio per forniture di carburante mai effettuate. Le imprese compiacenti disponevano bonifici simulando l’acquisto del combustibile necessario ai mezzi utilizzati nei cantieri.

Dopo aver ricevuto il denaro, il gestore avrebbe restituito le somme in contanti, trattenendo una commissione. Il denaro sarebbe stato poi utilizzato dai vertici dell’organizzazione per pagare in nero maestranze e collaboratori. Il flusso finanziario fittizio accertato ammonterebbe a circa 377 mila euro.

Le contestazioni si trovano ancora nella fase delle indagini preliminari. Gli indagati devono essere considerati innocenti fino a un’eventuale sentenza definitiva e le misure cautelari potranno essere sottoposte al vaglio dei giudici competenti.