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SLAPP – CINQUE MAGISTRATI DI RAGUSA D’ANNA, PULEIO, MONEGO, DI MARTINO E INFARINATO SOTTO ACCUSA A ROMA: L’AVVOCATO ASSOLTO DOPO SETTE ANNI CHIEDE CONTO AL CSM

- 10/07/2026

Due esposti disciplinari chiamano in causa altrettanti magistrati del Tribunale e della Procura di Ragusa — tra archiviazioni senza indagine, un fascicolo dimenticato su una poltrona e una nuova decisione che nega la qualità di vittima all’avvocato vittoriese che per primo denunciò un danno erariale poi accertato in oltre un milione di euro. Il caso è ora al vaglio di CSM, Ministero della Giustizia e Procura Generale della Cassazione.

NOTA STAMPA Avv. Salvatore Messina – GIUNTA IN REDAZIONE

Il Tribunale di Ragusa ha assolto con formula piena — “il fatto non costituisce reato” — l’avvocato Salvatore Messina dall’accusa di diffamazione, riconoscendo che il suo esposto del 2019 sulla gestione commissariale del Comune di Vittoria rientrava pienamente nel diritto di critica politico-amministrativa. Sette anni dopo i fatti denunciati, e a pochi mesi da una sentenza della Corte dei conti che ha condannato in via definitiva i vertici di quella gestione per oltre un milione di euro di danno erariale. Ma proprio mentre l’assoluzione sembrava chiudere la vicenda, un nuovo, durissimo colpo è arrivato: il 27 giugno 2026 lo stesso ufficio giudiziario che per mesi aveva smarrito — letteralmente su una poltrona — il fascicolo dell’Avv. Messina ha archiviato in via definitiva la sua ultima denuncia, negandogli persino la qualità di persona offesa. È a questo punto che la vicenda approda a Roma, con esposti pendenti davanti al Consiglio Superiore della Magistratura, al Ministero della Giustizia e alla Procura Generale della Corte di Cassazione.

IL FATTO: LA CRITICA È UN DIRITTO, NON UN REATO

Il 27 maggio 2026 il giudice monocratico Gemma Occhipinti ha assolto l’Avv. Messina dall’accusa di diffamazione aggravata, mossa su querela di Filippo Dispenza, ex commissario straordinario del Comune di Vittoria (2018-2021). Al centro del processo, un esposto che nel luglio 2019 l’Avv. Messina aveva indirizzato a dodici istituzioni della Repubblica — tra cui il Presidente della Repubblica, il Ministro dell’Interno, la Commissione parlamentare Antimafia, il CSM e la Procura Nazionale Antimafia — nel
quale denunciava presunte irregolarità nella gestione della società Vittoria Mercati s.r.l. Il Tribunale ha richiamato la sentenza della Cassazione n. 14402/2024 per affermare che la critica politica tollera toni aspri, purché non trasmodi in aggressione personale: anche espressioni dure come “sodalizio criminogeno” sono state ritenute pienamente legittime. Non è un caso isolato: nei 39 mesi di commissariamento, Dispenza avrebbe presentato — secondo stime giornalistiche — non meno di 77 querele per diffamazione contro cittadini, giornalisti e professionisti.
Tutti i processi conclusi con sentenza si sono chiusi con assoluzioni

LA VERITÀ NEGATA: UNA CONDANNA MILIONARIA ARRIVATA TROPPO TARDI

I fatti che l’Avv. Messina denunciò nel 2019 — e che la Procura di Ragusa, guidata all’epoca da Fabio D’Anna, archiviò in due tranche a distanza di sette giorni l’una dall’altra, ritenendo che “nessun addebito potesse essere mosso agli organi e ai dirigenti comunali” — sono gli stessi che la Corte dei conti, Sezione Giurisdizionale per la Regione Siciliana, ha successivamente accertato come fonte di un danno erariale definitivo di 1.017.612,01 euro (sentenze n. 350/2024 e n. 130/2025), riconoscendo che le delibere della gestione commissariale erano state adottate “in assenza dei cogenti presupposti previsti dalla normativa”.

“Nessun addebito possa essere mosso agli organi ed ai dirigenti comunali”

— dalla richiesta di archiviazione del P.M. Fabio D’Anna, settembre 2019, sugli stessi fatti poi accertati come illecito erariale milionario dalla Corte dei conti


Chi aveva denunciato quei fatti per primo è stato messo sotto processo per diffamazione. Chi li aveva compiuti è stato condannato a risarcire il danno. È in questo scarto — tra un “nessun addebito” penale e una condanna contabile milionaria fondata sugli stessi identici documenti — che si misura, secondo l’Avv. Messina, l’ingiustizia patita e, ad oggi, ancora non riparata


IL FASCICOLO SULLA POLTRONA

Il 4 maggio 2026 il personale del Tribunale di Ragusa ritrova, dopo mesi di ricerche, un fascicolo che mancava all’appello: non in archivio, ma appoggiato su una poltrona nella stanza del G.I.P. Gaetano Di Martino. Erano trascorsi 297 giorni dall’assegnazione senza che fosse fissata un’udienza. Il fascicolo era l’unico presente su quella poltrona: una circostanza che, per l’Avv. Messina, è indice di un trattenimento deliberato, incompatibile con la mera disorganizzazione amministrativa. La decisione è maturata mentre
pende, dinanzi al CSM, un esposto disciplinare che chiama in causa proprio la posizione del G.I.P. Di Martino, oggetto anche di una questione di incompatibilità per il rapporto di coniugio con un’avvocata del foro di Ragusa.

IL 27 GIUGNO: LA NUOVA ARCHIVIAZIONE CHE L’AVV. MESSINA DENUNCIA COME RITORSIVA

Il colpo più duro arriva proprio dall’ufficio del fascicolo ritrovato sulla poltrona. Il 27 giugno 2026 il G.I.P. Gaetano Di Martino ha dichiarato inammissibile — e comunque rigettato nel merito — l’opposizione dell’Avv. Messina a un nuovo esposto sui medesimi fatti, che la sostituta procuratrice Monica Monego aveva classificato “Modello 45” (la categoria per le notizie prive di ogni rilevanza penale) in appena 36 giorni, disponendo l’archiviazione definitiva del procedimento. Il provvedimento si spinge oltre: nega a
all’Avv. Messina la stessa qualità di persona offesa dai fatti denunciati, escludendo un pregiudizio diretto e personale distinto da quello della collettività.
Per l’Avv. Messina, la tempistica e le circostanze di questa decisione — adottata dallo stesso ufficio già investito da un esposto disciplinare, e dallo stesso giudice che, come giudice monocratico, aveva presieduto il processo per diffamazione a suo carico — ne configurano il carattere ritorsivo: un ulteriore anello di una catena che, prima ancora di negare nel merito le sue denunce, gli nega il diritto stesso di essere ascoltato come vittima. È una tesi sottoposta alla valutazione del Consiglio Superiore della Magistratura, non un accertamento definitivo: la valutazione di merito spetta agli organi competenti.

ORA IL CASO ARRIVA A ROMA: DUE ESPOSTI, UNA SOLA DOMANDA DI GIUSTIZIA

Il 26 maggio 2026 l’Avv. Messina ha depositato al CSM due esposti disciplinari che investono cinque magistrati del Tribunale e della Procura di Ragusa, chiedendo di verificare non le singole condotte isolatamente, ma la loro convergenza: rapporti di parentela professionale, fascicoli fermi per mesi, archiviazioni prive di atti investigativi autonomi su fatti che un’altra giurisdizione avrebbe poi definitivamente accertato come illeciti. A questi si affiancano ora ulteriori atti, già depositati e pendenti, presso il Ministero della Giustizia e presso la Procura Generale della Corte di Cassazione, con cui l’Avv.
Messina chiede una verifica di livello nazionale sull’intera vicenda.

Un caso che — per la sequenza di archiviazioni senza indagine, l’inerzia di un fascicolo dimenticato, la nuova archiviazione che nega financo lo status di vittima, e una condanna erariale milionaria arrivata cinque anni dopo aver bollato come infondate le stesse identiche denunce — assume, secondo l’esponente, un rilievo che va oltre la singola vicenda giudiziaria ragusana.

UNA SLAPP PARADIGMATICA E SISTEMICA

La vicenda configura, secondo l’avv. Messina e i suoi difensori, un caso da manuale di SLAPP (Strategic Lawsuit Against Public Participation): l’uso sistematico di querele — potenzialmente sostenute, anche indirettamente, da risorse pubbliche — per intimidire, logorare economicamente e silenziare chi esercita il proprio diritto di denuncia e di critica. È esattamente il fenomeno che la Direttiva europea anti-SLAPP (UE) 2024/1069 intende contrastare, imponendo agli Stati membri strumenti di tutela rafforzata per chi la subisce.
Non un episodio isolato, dunque, ma un caso paradigmatico: un cittadino che, dopo aver segnalato alle istituzioni competenti irregolarità poi confermate da un giudice terzo e imparziale, si è visto processare per diffamazione invece che tutelare come whistleblower; che ha atteso quasi sette anni per un’assoluzione arrivata solo dopo che il danno alla collettività era già stato accertato altrove; e che, proprio mentre porta la sua vicenda a Roma, si vede negare — dallo stesso ufficio giudiziario al centro delle sue denunce — anche il diritto di essere riconosciuto come persona offesa.