Musumeci e Schifani rivendicano correttezza e fiducia nei magistrati: “Atto dovuto, andiamo avanti a testa alta”. Lombardo attende che sia chiarita la sua estraneità, mentre Crocetta respinge le accuse: “In cinque anni mai nessuna segnalazione, impossibile tacciarmi di omissione”

Un decennio di inerzia, dodici milioni di euro stanziati e mai tradotti in opere concrete, e un dissesto idrogeologico ancora drammaticamente attivo. È un fascicolo che fa tremare i palazzi della politica quello aperto dalla Procura di Gela sulla frana di Niscemi: tra i tredici iscritti nel registro degli indagati figurano l’attuale presidente della Regione Siciliana Renato Schifani, il ministro per la Protezione civile Nello Musumeci e gli ex governatori Raffaele Lombardo e Rosario Crocetta.
Un’indagine che riavvolge il nastro di quasi trent’anni di mancate messe in sicurezza, scatenando reazioni trasversali tra i vertici istituzionali, divisi tra fiduciosa serenità e rivendicazioni di totale estraneità.
L’accusa dei pm: la cronistoria dei lavori fantasma
A delineare i contorni dell’inchiesta, giunta solo alla sua prima fase, è il procuratore di Gela, Salvatore Vella. “Abbiamo finora fatto un importante lavoro di squadra con la polizia e i consulenti che ci ha consentito di aver una visione molto più ampia di un fenomeno complesso che è ancora attivo”, ha spiegato il pm in conferenza stampa.
Il cuore dell’accusa risiede in una prolungata paralisi burocratica e operativa. La storia della frana inizia nel 1997, attraversando commissariamenti e ordinanze fino ad arrivare all’aggiudicazione di una gara d’appalto e alla firma di un contratto nel 2009 con un’Ati (Comer costruzioni Meridionali spa ed Edil ter costruzioni srl). Poi, il buio. “Nel 2010 il contratto si risolse per gravi ritardi delle imprese”, ha ricostruito Vella. “Nel 2013, a contratto terminato, si tentò un’anomala transazione. Poi fino al 2016 non si è fatto nulla se non confermare la risoluzione, cosa del tutto anomala visto che era avvenuta anni prima”. L’esito di questa inerzia, protrattasi fino all’ultimo evento franoso del gennaio scorso, è impietoso: delle opere di mitigazione del rischio, per le quali erano pronti 12 milioni di euro, non v’è traccia.
La linea dei vertici in carica: “Schiena dritta e fiducia nei giudici”
L’avviso di garanzia raggiunge Nello Musumeci nel suo attuale ruolo di ministro per la Protezione civile. L’ex governatore sceglie la via del rispetto istituzionale e non commenta direttamente il lavoro dei magistrati, rimandando a quanto già dichiarato in Parlamento. “L’iscrizione nel registro degli indagati è, in indagini così complesse, un atto dovuto e di garanzia. Spero solo che si concludano presto”, dichiara Musumeci, rivendicando i suoi “tanti anni di impegno politico senza macchia” affrontati, assicura, a testa alta e con la schiena dritta.
Sulla stessa lunghezza d’onda l’attuale inquilino di Palazzo d’Orléans, Renato Schifani. Il presidente della Regione rinnova la sua “massima fiducia” nella magistratura, auspicando un rapido accertamento dei fatti. “Affronto questa situazione con tranquillità, consapevole di aver sempre operato con correttezza e senso delle istituzioni”, fa sapere Schifani, garantendo che l’indagine non frenerà la sua azione di governo, che proseguirà con “serenità e determinazione”.
La difesa degli ex presidenti: il fattore “non conoscenza”
Di tenore leggermente diverso le reazioni degli ex governatori, entrambi informati dell’indagine attraverso i mezzi di stampa. Raffaele Lombardo inquadra l’avviso di garanzia come un atto strettamente tecnico legato alla mole degli accertamenti necessari. “Come sempre ripongo la doverosa fiducia nell’operato degli inquirenti e auspico che a breve sia chiarita la mia assoluta estraneità ai fatti”, commenta l’ex leader autonomista.
Molto più netta la posizione difensiva di Rosario Crocetta, alla guida della Sicilia dal 2012 al 2017. L’ex presidente punta tutto sull’assenza di comunicazioni e sull’attribuzione delle deleghe: “Nei miei cinque anni di governo nessuno m’informò della situazione a Niscemi, né io né il mio staff ricevemmo lettere o segnalazioni di rischi e progetti di consolidamento”, si difende Crocetta, ricordando come all’epoca la delega alla Protezione civile fosse affidata a un assessore della sua giunta. “Se non si è a conoscenza di un fatto – conclude l’ex governatore – come è possibile essere ritenuto omissivo?”.




