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Morto Nitto Santapaola, il boss di Cosa Nostra era detenuto nel carcere di Opera. Disposta l’autopsia

- 03/03/2026
eine aufnahme von nitto santapaola kurz nach seiner verhaftung in den neunzigerjahren

Aveva 87 anni ed era detenuto al 41 bis

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Il capomafia aveva 87 anni e si è spento nel carcere milanese di Opera. Disposta l’autopsia. Dalla latitanza finita in un casolare a Mazzarrone al ruolo nelle stragi di Capaci e via D’Amelio, la parabola di uno dei vertici più spietati della Cupola.

Il sipario su una delle stagioni più buie e sanguinarie di Cosa Nostra si chiude in una cella del carcere milanese di Opera. Benedetto “Nitto” Santapaola, storico e feroce capomafia catanese, è morto ieri, lunedì 2 marzo, all’età di 87 anni. Detenuto da decenni al regime di carcere duro del 41 bis, porta con sé i segreti dei grandi delitti che hanno segnato la storia d’Italia. La Procura di Milano ha disposto l’autopsia per accertare le cause del decesso.

La fine della latitanza a Mazzarrone

La corsa di Santapaola contro la giustizia si era interrotta all’alba del 18 maggio 1993. Dopo ben undici anni di latitanza, le forze dell’ordine lo scovarono in un rifugio di fortuna: un casolare sperduto nelle campagne di Mazzarrone, nel catanese. Un arresto che mise fine al regno di colui che aveva governato con il pugno di ferro la Sicilia orientale, sedendo a pieno titolo nella “Cupola” regionale dell’organizzazione criminale.

Il ruolo nelle stragi e il “via libera” per Capaci

Il nome del boss resta legato a doppio filo alla stagione stragista. Era il 19 aprile del 1995 quando si aprì, nell’aula bunker del carcere Malaspina di Caltanissetta, il processo per la strage di Capaci. Un iter giudiziario imponente, con 41 imputati e le deposizioni di 49 collaboratori di giustizia, fortemente voluto da familiari come Maria Falcone per cercare la verità oltre il livello militare, puntando ai “mandanti occulti”.

Il profilo di Santapaola come stratega del terrore emerse con chiarezza:

  • I vertici di Enna: A inchiodarlo furono le parole di pentiti di spicco come Leonardo Messina, Maurizio Avola, Giuseppe Pulvirenti e Filippo Malvagna. Rivelarono la sua partecipazione agli incontri al vertice nelle campagne ennesi tra il settembre e l’ottobre del 1991, riunioni in cui venne decretato l’attentato a Giovanni Falcone.
  • L’uso dell’artificiere: I giudici accertarono che l’artificiere della strage, il catanese Pietro Rampulla, poté agire in autostrada solo con il preventivo e indispensabile “permesso” di Santapaola, nel pieno e rigido rispetto delle regole territoriali di Cosa Nostra.
  • L’ergastolo definitivo: Condannato all’ergastolo in primo grado nel 1997 come mandante di Capaci, il suo destino processuale si unì a quello del processo “Borsellino ter”. Dopo lo stralcio deciso dalla Cassazione nel 2003, i due procedimenti si fusero a Catania: nel 2006 arrivò la condanna all’ergastolo per entrambe le stragi, divenuta irrevocabile nel 2008.

Il Maxiprocesso e l’ombra del delitto Dalla Chiesa

Il curriculum criminale del clan catanese era già emerso con prepotenza anni prima, durante il Maxiprocesso di Palermo. Nel 1984, Tommaso Buscetta rivelò a Giovanni Falcone che i sicari di Santapaola avevano partecipato all’assassinio del Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa per “ricambiare il favore” ricevuto dai palermitani con l’omicidio del boss rivale Alfio Ferlito.

Per l’agguato di via Carini, Santapaola venne inizialmente condannato all’ergastolo in primo grado come mandante, sedendo idealmente al banco degli imputati insieme agli altri membri della Cupola. Tuttavia, la vicenda giudiziaria si concluse in modo diverso: nei successivi gradi di giudizio fu assolto per non aver commesso il fatto.

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