
I fondi Ue valgono due volte la legge di Bilancio: 32 miliardi l’anno fino al 2030. Foti avverte le Regioni: «Chi non spende perde i soldi». Il nodo dei dirigenti sollevato da Schifani e il modello Fitto per evitare la fine della Spagna.
Guardiamo il dito e non la luna. Ci accapigliamo in Parlamento per una legge di Bilancio da 18,7 miliardi, limando decimali e spostando virgole, mentre sopra le nostre teste vola un aereo cargo carico di 320 miliardi di euro. È la legge dei grandi numeri a svelare il paradosso italiano: se dividiamo per dieci il combinato disposto di Pnrr e Fondi di Coesione che atterreranno sui territori tra il 2020 e il 2030, il risultato è spiazzante. Sono 32 miliardi l’anno di «munizioni», come le chiamano al ministero. Quasi due manovre finanziarie attuali, ogni dodici mesi, per un decennio.
Il calcolo lo ha messo sul tavolo ieri il ministro per gli Affari europei, Tommaso Foti, con il tono di chi offre una grande opportunità ma tiene una pistola carica sotto il tavolo: «Visione», ha intimato. Perché i soldi ci sono — 194,4 miliardi di Pnrr (se non sbagliamo un colpo, e finora non è successo) più 135 di coesione — ma il rischio è che restino incagliati nelle secche di un’amministrazione che non sa come spenderli. Siamo a metà del guado. A fine 2025, se le stime terranno, avremo messo a terra circa 100 miliardi del Next Generation Eu. Ne restano ancora 234 da qui al 2030. Una cifra mostruosa, capace di ridisegnare la geografia economica del Paese o di trasformarsi nel più grande rimpianto della storia repubblicana.
Ora l’asticella si alza. Non si tratta più solo di asfaltare strade, ma di scommettere sul futuro.
Il clima, nel convegno romano organizzato dal ministro, era quello della resa dei conti costruttiva. I governatori sanno che la pacchia della “spesa a pioggia” è finita. L’esperienza degli ultimi due anni dimostra che si può fare: della programmazione 2014-2020 abbiamo assorbito il 99,8 per cento, con un colpo di reni finale da 20 miliardi certificati. Ma ora l’asticella si alza. Non si tratta più solo di asfaltare strade, ma di scommettere sul futuro. Alessandra Todda, dalla Sardegna, mette sul piatto l’Einstein Telescope, il cacciatore di onde gravitazionali conteso alla Germania. Francesco Rocca e Francesco Acquaroli (Lazio e Marche) puntano su trasporti ed edilizia sociale, mentre il lombardo Attilio Fontana blinda la formazione.
Ma il realismo politico fa irruzione con la voce di Renato Schifani. Il presidente della Sicilia, vecchia volpe di Palazzo Madama, non si nasconde dietro le slide: la classe dirigente, dice, spesso non è adeguata. Manca il “capitale umano” burocratico per gestire questa massa di denaro extra-regionale. «Occorre formare», ripete. Perché il rischio è quello spagnolo: Madrid si è vista decurtare la rata da Bruxelles proprio perché non è riuscita a digitalizzare le sue periferie amministrative. Roma, al contrario, ha incassato pagamenti pieni grazie a riforme che hanno tagliato i tempi di pagamento (30 giorni per la Pa, 60 per la Sanità) e svecchiato le procedure.
A Bruxelles, Raffaele Fitto sta esportando il “modello Italia”: flessibilità e semplificazione. Parole chiave che si traducono già in fatti: entro il 31 dicembre si possono rimodulare i programmi. Le Regioni hanno già spostato 2,6 miliardi su nuove priorità: acqua (729 milioni), alloggi (887), difesa (196). «Si poteva osare di più», ha chiosato gelido Foti. L’avvertimento finale risuona come una sentenza per chi pensa di poter prendere tempo: se le Regioni chiederanno di posticipare il Fondo sviluppo e coesione ammettendo di non riuscire a spendere, dovranno avere motivi validi. «In caso contrario — assicura il ministro — procederò al definanziamento e redistribuiremo alle Regioni più virtuose». La corsa è iniziata, e chi si ferma non è perduto: è povero.










