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Il grande malato. Perché la nostra Sanità non è più per tutti

- 12/12/2025
sanita

I dati Ocse e Bocconi svelano l’illusione: siamo longevi, ma il sistema non regge l’urto dell’età. Tra «universalismo selettivo», pochi infermieri e divari regionali, l’aumento dei fondi non basta più: senza scelte impopolari rischia di saltare il patto sociale.

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E dunque siamo il Paese degli immortali malinconici. O forse, più cinicamente, stiamo vivendo di rendita su un capitale biologico e sociale accumulato in decenni che non torneranno, mentre l’impalcatura che ci tiene in piedi scricchiola sinistramente. Ho letto i dati incrociati dell’Ocse, del rapporto OASI della Bocconi e dell’Agenas, e la sensazione è quella di osservare un palazzo nobiliare in decadenza: la facciata è ancora maestosa, ma nelle fondamenta l’acqua sta mangiando il cemento.

Partiamo dai numeri, perché è lì che la retorica della politica non ha appigli. Nel confronto internazionale di «Health at a Glance 2025», l’Italia appare come un paradosso vivente. Brilliamo per longevità, con un’aspettativa di vita inchiodata a 83,5 anni, e teniamo a bada fattori di rischio come l’obesità meglio di molti vicini. Eppure, spendiamo il 6,6 per cento del Pil, decisamente meno dei grandi Paesi del Nord Europa. Com’è possibile? Siamo dei maghi dell’efficienza o stiamo barando con il futuro?

La risposta arriva dal rapporto OASI: quello italiano è un sistema che sta performando un miracolo statistico destinato a finire. Il nostro Servizio Sanitario Nazionale è un gigante dai piedi d’argilla, un modello Beveridge pensato per un’Italia giovane e in crescita, che oggi si ritrova a dover gestire una platea di anziani fragili con le risorse di un’economia stagnante. Guardando dentro l’ingranaggio, si scoprono le vere faglie. Abbiamo un esercito di generali senza truppa: un numero di medici tra i più alti dell’area Ocse, ma una carenza drammatica di infermieri. È uno squilibrio strutturale che rende velleitari i nuovi scenari del Pnrr: costruiamo Case della Comunità e Ospedali di Comunità, muri su muri, ma chi ci metteremo dentro? La crisi delle vocazioni e l’età media elevata del personale suggeriscono che stiamo edificando cattedrali nel deserto.

E qui casca la politica, con le sue «narrazioni consolatorie», come le definisce impietosamente la Bocconi. Da anni ci sentiamo ripetere il mantra: servono più soldi, bisogna tagliare gli sprechi, guerra alle liste d’attesa. Tutte campagne spot, storytelling buoni per i talk show ma inutili per la realtà. La verità è che qualche miliardo in più non tapperà la falla. Il problema non è contabile, è sistemico. L’Agenas ci dice che misurare serve, che la qualità dove ci sono alti volumi migliora, ma certifica anche la frattura insanabile tra Nord e Sud, tra chi può curarsi e chi deve sperare. Siamo scivolati, quasi senza accorgercene, in quello che gli studiosi chiamano «universalismo selettivo e randomico». Una definizione elegante per dire una cosa terribile: il diritto alla salute non è più uguale per tutti, ma dipende dalla capacità del singolo di orientarsi nel labirinto, di pagare il privato, di avere le conoscenze giuste. Meno della metà degli italiani si dichiara soddisfatta dei servizi: il patto di fiducia è rotto.

Il pericolo più grande che abbiamo di fronte non è solo sanitario, è civile. La finestra temporale per trasformare questa apparente efficienza in vera sostenibilità si sta chiudendo con una velocità spaventosa. Serve una «doppia agenda» coraggiosa, che accetti conflitti e scelte dolorose su cosa è prioritario e cosa no, invece di promettere tutto a tutti. Perché se salta la sanità, se crolla l’ultimo baluardo di uguaglianza che ci è rimasto, non avremo solo liste d’attesa più lunghe. A saltare sarà l’equilibrio sociale ed economico del Paese. E a quel punto, vivere fino a 83 anni potrebbe non sembrare più una fortuna.

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