
Il sindaco di Taormina annuncia un nuovo modello contro i roghi, più poteri ai sindaci e la stabilizzazione del personale forestale. Ma è alla quarta esperienza all’Ars, siede in Commissione Bilancio e della questione aveva già parlato nel 2022 e nel 2023. Che fine hanno fatto gli impegni presi allora?

Le fiamme bruciano Taormina e, puntuale, si incendia anche l’agenda politica di Cateno De Luca.
Adesso servono i forestali. Adesso bisogna stabilizzarli. Adesso occorre cambiare il modello di gestione del territorio. Adesso servono più poteri ai sindaci. E per il 18 settembre è già convocato al Palacongressi di Taormina il grande confronto dal quale dovrebbe nascere addirittura una proposta legislativa da portare all’Assemblea regionale siciliana.
Tutto molto suggestivo.
Peccato che Cateno De Luca non sia arrivato ieri in politica e neppure ieri a Palazzo dei Normanni. Quella attuale è la sua quarta esperienza all’Ars.
Nel 2018 si dimise dopo l’elezione a sindaco di Messina, ma il seggio non evaporò: al suo posto entrò Danilo Lo Giudice, primo dei non eletti della stessa lista nella quale De Luca era stato eletto. E dal novembre 2022 De Luca è nuovamente componente della Commissione Bilancio dell’Ars. Non esattamente un osservatorio periferico dal quale assistere impotenti ai problemi della Regione. È uno dei luoghi nei quali passano risorse, norme, coperture finanziarie e leggi di stabilità. E De Luca dei forestali si era già occupato e aveva già promesso.
Nel settembre del 2022, durante la campagna per la presidenza della Regione, il confronto con il Sifus aveva già al centro proprio la volontà di arrivare alla stabilizzazione dei lavoratori forestali. Nel gennaio 2023 De Luca chiedeva una copertura finanziaria triennale per il settore, sostenendo che i forestali non potessero continuare a vivere nell’incertezza. Nel novembre dello stesso anno veniva presentato all’Ars il disegno di legge numero 664, dedicato alla salvaguardia del patrimonio boschivo e al “superamento del precariato nel comparto agro-forestale”. Ed è proprio questo che rende l’annuncio di oggi politicamente più imbarazzante, non meno. Se la stabilizzazione era già una promessa nel 2022, se nel 2023 esisteva già una proposta legislativa, se De Luca sedeva e siede in Commissione Bilancio, perché nel settembre 2026, dopo l’ennesimo incendio, siamo ancora al punto di convocare tavoli per capire cosa fare?
Altro che folgorazione sulla via di Taormina.
La questione non è chiedere oggi la stabilizzazione dei forestali. È chiedere a De Luca che cosa abbia prodotto concretamente, in quattro anni, la stabilizzazione che sosteneva già allora.
Quanti passi avanti ha fatto quel disegno di legge? Quali coperture sono state individuate? Quali battaglie decisive sono state combattute durante le manovre finanziarie? Quale risultato strutturale è stato portato a casa?La politica non si misura sul numero dei comunicati, delle dirette Facebook o dei tavoli convocati. Si misura sugli atti che diventano norme e sulle norme che cambiano la realtà. E i forestali siciliani sono ancora lì.
Poi c’è l’altra formula magica: dare più poteri ai sindaci. Benissimo. Quali?
È una domanda elementare alla quale, prima dei convegni e degli slogan, bisognerebbe rispondere con una proposta precisa.
Quali competenze devono passare dalla Regione ai Comuni? Con quali risorse? Con quale personale? Con quale responsabilità amministrativa? Con quale coordinamento con Corpo forestale, Protezione civile, Vigili del fuoco e Dipartimenti regionali? Perché “più poteri ai sindaci” detto così significa tutto e niente.
E soprattutto bisogna capire quale sia il modello immaginato da De Luca. Una nuova struttura? Una società in house? Una partecipata incaricata della manutenzione e della prevenzione degli incendi? Un altro soggetto intermedio al quale trasferire personale, risorse e competenze?
Se questa fosse la strada, sarebbe legittimo chiedere se alla Sicilia serva davvero un altro contenitore amministrativo oppure se non serva, molto più banalmente, far funzionare quelli che esistono, assumere responsabilità, programmare la manutenzione del territorio per dodici mesi l’anno e utilizzare stabilmente personale formato. Caro De Luca, trasformare ogni problema pubblico in una nuova struttura non equivale automaticamente a risolverlo. E la prevenzione degli incendi non ha bisogno di un altro carrozzone con un consiglio d’amministrazione: ha bisogno di uomini, mezzi, programmazione, pulizia dei territori, sorveglianza e responsabilità chiaramente individuate.
Le fiamme non possono diventare scenografia politica.
De Luca ha tutto il diritto di rilanciare oggi il tema dei forestali. Ma non può presentarlo come se fosse una questione appena scoperta davanti ai costoni anneriti di Taormina.P Quei lavoratori aspettavano una soluzione quando De Luca era candidato alla presidenza della Regione. Aspettavano mentre diventava nuovamente deputato. Aspettavano mentre entrava in Commissione Bilancio. Aspettavano quando veniva depositato il ddl sul superamento del precariato. E aspettano ancora oggi.
Quattro anni dopo.
Adesso le fiamme offrono una formidabile cornice comunicativa. Il sindaco sul territorio, le immagini dell’incendio, la convocazione dei colleghi, il vertice, il Palacongressi, la proposta di legge, il “nuovo modello”. Quasi le stesse opportunità che il covid, nostro malgrado, gli offrirono in termini di visibilità.
Ma governare è un’altra cosa. Se De Luca aveva individuato la soluzione nel 2022, spieghi perché nel 2026 è ancora una proposta. Se non era quella la soluzione, spieghi perché la prometteva.
Il resto rischia di avere il sapore della solita, formidabile macchina della campagna elettorale permanente: prendere un’emergenza reale, salirci sopra politicamente e annunciare che da domani cambierà tutto. I forestali, però, di domani ne hanno sentiti promettere parecchi. E gli incendi, purtroppo, non aspettano il prossimo comizio. Men che meno di quello autodichiaratosi “sindaco di Sicilia ” che è “solo” quello di Taormina.








