Esclusa l’esplosione, l’inchiesta si concentra sul cedimento strutturale. Due le vittime accertate e quattro i dispersi. Sotto esame un pilastro, i lavori eseguiti nell’immobile e la storia amministrativa e tecnica dell’edificio

MESSINA – Non è stata un’esplosione. Questa prima certezza restringe il campo delle indagini, ma rende ancora più pesante la domanda alla quale la Procura di Messina dovrà rispondere: perché un edificio di tre piani, occupato da abitazioni e attività commerciali, è improvvisamente collassato?
Dopo il recupero dei corpi di Carmelo e Rosa Leone, con quattro persone ancora disperse sotto le macerie, l’inchiesta non riguarda più soltanto il disastro colposo. Nel fascicolo entra inevitabilmente anche l’ipotesi di omicidio colposo, legata alle vite già spezzate dal cedimento e a un bilancio che, mentre proseguono le ricerche, potrebbe purtroppo aggravarsi.
L’indagine, al momento contro ignoti, è coordinata dalla Procura guidata da Antonio D’Amato. Sul luogo del crollo si sono recati sin dalle prime ore lo stesso procuratore e la magistrata di turno Anita Siliotti, mentre gli accertamenti sono affidati ai carabinieri e ai vigili del fuoco.
Il crollo, non lo scoppio
Nelle prime concitate fasi dell’emergenza si era parlato della possibile esplosione di una bombola o di un serbatoio di gas. Un’ipotesi comprensibile davanti al fumo, alle fiamme e alla devastazione visibile lungo la statale 114, ma successivamente esclusa sulla base delle prime testimonianze e delle verifiche effettuate sul posto.
Il sindaco Federico Basile ha riferito che non sarebbe stata un’esplosione a provocare il collasso. La linea investigativa principale è quindi quella del cedimento strutturale.
Questo non significa che ogni dubbio sia già stato risolto. L’incendio sviluppatosi tra i detriti ha complicato enormemente le operazioni di soccorso e potrebbe aver alterato alcuni elementi utili all’indagine. Ma, allo stato, il fuoco e la presenza di gas infiammabili vengono considerati problemi successivi o comunque distinti dalla causa originaria che avrebbe fatto perdere stabilità all’edificio.
La differenza è sostanziale. Se non vi è stato uno scoppio capace di abbattere improvvisamente la struttura, occorre comprendere quale parte dell’edificio abbia ceduto per prima e perché quel cedimento abbia trascinato con sé solai, pilastri e piani sovrastanti.
Il pilastro sequestrato
Il primo vero reperto dell’inchiesta è un pilastro individuato dai vigili del fuoco, isolato dalle altre macerie, collocato all’interno di un cassone e posto sotto sequestro. È ridotto in pezzi, ma proprio quei frammenti potrebbero raccontare molto: la qualità del calcestruzzo, la quantità e lo stato delle armature metalliche, eventuali corrosioni, fratture precedenti oppure alterazioni intervenute nel tempo.
Non basta però stabilire che un pilastro sia collassato. Bisognerà capire se quel pilastro abbia rappresentato il punto iniziale della rottura o se sia stato distrutto dal peso delle parti dell’edificio già in caduta.
Questo sarà il passaggio più delicato di una perizia strutturale: ricostruire la sequenza del collasso. Individuare non soltanto cosa si è spezzato, ma cosa si è spezzato per primo.
Per farlo sarà necessario mappare la posizione dei detriti, esaminare le sezioni degli elementi portanti, confrontare fotografie e filmati anteriori e successivi al disastro e verificare la distribuzione dei carichi nell’intero fabbricato. Ogni spostamento delle macerie, indispensabile per cercare i dispersi, dovrà essere documentato per non disperdere informazioni decisive.
I lavori nell’immobile
Uno dei fronti che la Procura dovrà necessariamente approfondire riguarda gli interventi eseguiti nel tempo all’interno dello stabile, costruito negli anni Ottanta e utilizzato per funzioni differenti: abitazioni ai livelli superiori, negozi e spazi commerciali nei piani sottostanti.
Le indagini stanno verificando anche se eventuali ristrutturazioni o modifiche compiute nei locali commerciali possano avere inciso sulla stabilità dell’edificio. È una pista investigativa.
Occorrerà accertare se siano stati rimossi muri, aperti varchi, modificati pilastri o travi, spostati impianti oppure collocati carichi non previsti dal progetto originario. E bisognerà verificare se gli interventi fossero autorizzati, progettati da tecnici abilitati e accompagnati dai necessari calcoli strutturali.
La Procura dovrà acquisire progetti, concessioni edilizie, eventuali sanatorie, collaudi, certificazioni di agibilità, pratiche depositate al Genio civile e documentazione relativa a ogni trasformazione subita dal fabbricato. Dovrà inoltre ricostruire chi abbia progettato, autorizzato, diretto ed eseguito i lavori.
Non per trovare rapidamente un colpevole da consegnare all’opinione pubblica, ma per stabilire se il crollo sia stato il risultato di un errore, di una modifica impropria, del deterioramento dei materiali, di una manutenzione insufficiente oppure della combinazione di più fattori.
Le domande che non possono restare senza risposta
Per acclarare i fatti saranno fondamentali le testimonianze delle persone presenti poco prima del disastro. Eventuali rumori, vibrazioni, crepe, distacchi, porte che non si chiudevano più correttamente o deformazioni dei pavimenti potrebbero indicare che la struttura aveva già manifestato segnali di sofferenza. Chi meglio di tutti potrà riferire saranno gli operai che lavoravano nei locali del supermercato e che sono riusciti a mettersi in salvo comprendendo immediatamente quel che stava per accadere.
Dovranno essere ascoltati proprietari, lavoratori, clienti, tecnici e imprese intervenute nell’edificio. Andranno acquisiti i filmati delle telecamere di sicurezza delle attività commerciali e delle strutture vicine. Anche pochi secondi di registrazione potrebbero permettere ai consulenti di capire da quale punto sia iniziato il collasso.
Il fascicolo contro ignoti rappresenta soltanto il punto di partenza. La Procura nominerà consulenti con competenze strutturali e, sulla base dei documenti e delle perizie, potrà individuare eventuali responsabilità personali.
L’omicidio colposo presuppone che le morti siano state provocate da negligenza, imprudenza, imperizia oppure dalla violazione di norme e obblighi specifici. Il disastro colposo riguarda invece la condotta che avrebbe determinato un evento capace di mettere in pericolo un numero indeterminato di persone.
Ma prima dei nomi vengono i fatti. Prima delle iscrizioni nel registro degli indagati viene la ricostruzione tecnica. E prima delle accuse deve esserci la prova del rapporto tra una determinata condotta e il cedimento.
È però altrettanto evidente che la verità non potrà fermarsi alla fotografia dell’ultimo istante. Non sarà sufficiente spiegare quale pilastro abbia ceduto. Bisognerà stabilire perché si trovasse nelle condizioni di cedere e se qualcuno avrebbe potuto o dovuto accorgersene.
Mentre i vigili del fuoco continuano a scavare e le famiglie attendono notizie dei quattro dispersi, ogni considerazione sulle responsabilità deve essere formulata con prudenza. Ci sono persone ancora sotto le macerie e soccorritori impegnati in condizioni estremamente pericolose. Ma prudenza non significa silenzio.
Due persone sono già morte dentro un edificio che avrebbe dovuto essere un luogo sicuro. Altre quattro risultano ancora disperse. Per questo Messina non può accontentarsi di una spiegazione generica, di una tragica fatalità o di una formula buona per chiudere rapidamente il caso. La città ha diritto di conoscere la storia completa di quello stabile.
Il pilastro sequestrato è oggi il simbolo materiale dell’inchiesta. Ma la verità non sarà contenuta soltanto nel cemento spezzato e nei ferri deformati. Sotto le macerie di Pistunina non ci sono soltanto vittime e dispersi. Ci sono domande che lo Stato, attraverso la Procura, ha il dovere di portare alla luce.




