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Giulia travolta a Torre Faro, perché l’accusa ora parla di omicidio volontario

- 09/07/2026

Per la Procura la condotta del 19enne non fu una manovra isolata, ma un’azione consapevole e ripetuta. Il gip ha accolto la tesi del dolo eventuale: «Accettato il rischio di cagionare la morte di terzi»

Non una semplice imprudenza alla guida, né una manovra estemporanea finita in tragedia. Secondo la Procura di Messina, quanto avvenuto il 28 giugno scorso in via Circuito, a Torre Faro, dove ha perso la vita Giulia Scimone, travolta da una moto condotta “in impennata”, sarebbe il risultato di una condotta consapevole, sproporzionata e totalmente estranea al normale contesto della circolazione stradale.

È su questa valutazione che si fonda il cambio di prospettiva investigativa nei confronti di Alessandro Mondo, 19 anni, alla guida della potente Husqvarna che ha investito la giovane. Il ragazzo, inizialmente ai domiciliari e indagato per omicidio stradale, si trova ora in carcere dopo l’aggravamento della misura cautelare. L’accusa contestata è diventata omicidio volontario, nella forma del dolo eventuale.

La richiesta è stata avanzata dalla pm Maria Di Mulo, con il fascicolo seguito personalmente anche dal procuratore capo Antonio D’Amato. Il gip Nunzio De Salvo ha ritenuto fondata l’impostazione della Procura, disponendo il trasferimento in carcere del 19enne.

Il punto centrale dell’ordinanza riguarda la qualificazione giuridica del fatto. Per gli inquirenti, Mondo non avrebbe soltanto violato le norme del Codice della Strada. Avrebbe invece posto in essere una condotta talmente pericolosa da rendere concretamente prevedibile il rischio di travolgere pedoni o altri utenti della strada. E, nonostante questa consapevolezza, avrebbe comunque agito.

Il dolo eventuale, in termini semplici, ricorre quando chi compie un’azione si rappresenta la possibilità concreta che da quella condotta possa derivare un evento gravissimo, come la morte di una persona, e decide ugualmente di procedere, accettando quel rischio.

Secondo il gip, nel caso di Torre Faro non si sarebbe trattato di una manovra improvvisa. L’“impennata” sarebbe stata compiuta in un tratto di strada frequentato da auto, mezzi a due ruote e pedoni. Un contesto, dunque, nel quale il rischio di investire qualcuno non poteva essere considerato astratto o remoto.

Dalla visione dei video acquisiti, secondo l’accusa, emergerebbe inoltre che il 19enne aveva effettuato almeno altre due volte la stessa manovra nella stessa occasione, insieme ad altri motociclisti non ancora identificati. Un elemento che, per la Procura, rafforza l’idea di una condotta ripetuta e non occasionale.

Nel provvedimento viene richiamato anche un precedente specifico. Mondo sarebbe già stato sanzionato il 24 agosto 2024 proprio in via Circuito, nello stesso tratto di strada, per condotte analoghe alla guida. Un dato che, nella lettura degli inquirenti, contribuisce a delineare un comportamento abituale e non isolato.

Un ulteriore tassello arriva dai social. Secondo quanto riportato nell’ordinanza, il 19enne era solito pubblicare video in cui veniva ripreso mentre, insieme ad altri soggetti, partecipava a esibizioni e corse ad alta velocità su strade cittadine e autostrade, con l’obiettivo di ottenere visibilità.

Particolare rilievo viene attribuito a un video in cui compare con il casco, sopra una moto, accompagnato da alcune frasi: «Amo correre. Amo l’adrenalina. Amo rischiare la vita. Amo la velocità. Amo i sorpassi. Amo il rischio. Amo i motori».

Per il gip, quelle parole rappresentano una sorta di “confessione implicita” della consapevolezza del rischio. Non soltanto il rischio per sé stesso, richiamato dall’espressione “amo rischiare la vita”, ma anche quello per gli altri utenti della strada, evocato dal riferimento al “rischio” e alla guida spericolata.

Da qui la conclusione dell’accusa: Mondo avrebbe accettato la possibilità che la sua condotta potesse causare la morte di terzi. È questo il passaggio che segna la distanza tra l’omicidio stradale, fondato sulla colpa, e l’omicidio volontario nella forma del dolo eventuale.

La tragedia di Giulia Scimone, dunque, entra ora in una fase giudiziaria ancora più delicata. Al centro non c’è solo la dinamica dell’impatto, ma il significato giuridico e umano di quella condotta: se sia stata una gravissima imprudenza o, come sostiene la Procura, l’accettazione consapevole di un rischio mortale.

Sarà il procedimento a stabilire le responsabilità definitive. Ma per l’accusa, quella sera a Torre Faro non ci fu soltanto una violazione delle regole della strada. Ci fu una scelta: correre, impennare, esibirsi in mezzo ad altri veicoli e pedoni, accettando che qualcuno potesse non tornare più a casa.