La società di ricerca torna a premiare il leader di Sud chiama Nord in Sicilia. Ma l’assenza di dati sul campione e sulla metodologia solleva un interrogativo cruciale sul rispetto delle regole Agcom. L’effetto “ristorante” e il precedente delle Europee.


di GIUSEPPE BEVACQUA
Meno male (per lui) che ci sono i sondaggi a invertire la narrazione sul declino del consenso di Cateno De Luca. E meno male (solo per lui) che ci sono articoli di giornale pronti a ufficializzarli, spesso senza porsi l’interrogativo fondamentale: come sono stati realizzati? Nella giornata di oggi ha fatto rumore una “rilevazione” pubblicata da La Sicilia, che definisce “indipendente” un sondaggio realizzato da Lab21, società nazionale di ricerca coordinata dal professor Roberto Baldassarri.
Sulla carta, l’etichetta “indipendente” presuppone un’indagine demoscopica slegata da partiti, aziende o interessi specifici. L’obiettivo primario dovrebbe essere la raccolta di dati imparziali attraverso metodologie scientifiche trasparenti, garantendo che i risultati non siano condizionati da chi potrebbe trarne vantaggio. Un sondaggio veramente indipendente non è commissionato né finanziato dalle parti in causa. Ma le rilevazioni in questione rientrano effettivamente in questo perimetro?
Prima ancora di indagare sull’identità e gli assetti dell’istituto di ricerca, la politica e il giornalismo dovrebbero porre due domande basilari: qual è il campione rappresentativo? E quale metodo è stato utilizzato?
Se i dati suggeriscono che, in vista delle prossime elezioni regionali, la «variabile che ridefinisce l’intera competizione» sia proprio De Luca con il suo Sud chiama Nord, il rigore impone di verificare l’architettura della ricerca. Lo stesso principio vale per i recenti sondaggi condotti dalla stessa agenzia a Messina – che hanno premiato in termini di riconoscibilità il sindaco Federico Basile, e di riflesso lo stesso De Luca – o a Milazzo e Barcellona Pozzo di Gotto, con proiezioni favorevoli rispettivamente per Castelli e Scolaro.
Il dubbio non è solo teorico, ma affonda le radici nella storia elettorale recente. Alle scorse elezioni Europee, l’istituto aveva accreditato la “macedonia” politica di De Luca di percentuali lusinghiere, sfiorando il 4%. Il verdetto delle urne, però, ha restituito una realtà ben diversa: uno 0,6% finale che ha disatteso completamente le aspettative.
Trasparenza e regole Agcom: il vuoto sul sito web
Spulciando la sezione “News, ricerche ed eventi” del portale ufficiale della società, emerge un dettaglio non trascurabile: in nessuna delle indagini statistiche pubblicate appare un riferimento alla nota metodologica o alla composizione del campione. Il richiamo c’è ma è vago perché non indica numeri relativi al campione, nulla sul sistema di rilevazione.
Eppure, l’Agcom parla chiaro in materia di trasparenza. Secondo le normative vigenti, i sondaggi politici ed elettorali diffusi sui media devono obbligatoriamente essere accompagnati da una nota metodologica analogica che indichi il soggetto realizzatore, il campione (che per buona pratica dovrebbe aggirarsi attorno alle 1000 persone stratificate per genere, età, titolo di studio e residenza), il metodo di raccolta dati e il margine di errore. In assenza di questi parametri, le rilevazioni rischiano di scadere da indagini scientifiche a strumenti influenzati dalle aspettative del committente. Un sondaggio privo di questi elementi andrebbe maneggiato con estrema cautela, poiché la mancanza di standard minimi ne inficia radicalmente l’attendibilità.
A conti fatti, sembra che le proiezioni sugli schieramenti di De Luca fatichino a trovare riscontro nella realtà delle urne. Eppure, la società continua a produrre sondaggi preelettorali in ogni competizione che veda coinvolto il leader siciliano. E’ di certo un caso.. Su ogni altra speculazione diffusa sui social in queste ore, non ci esprimiamo in assenza di certezza documentale.
Perché il sistema dei sondaggi in politica funziona, anche se le previsioni poi si rivelano fallaci?
La risposta risiede in un noto meccanismo psicologico. Se un sondaggio si dichiara indipendente e posiziona un candidato in testa alle preferenze, ne certifica politicamente un’aspettativa di vittoria. È l’effetto “carro del vincitore”, o per usare una metafora quotidiana, l’effetto ristorante: una comitiva sceglierà sempre di recarsi a placare la fame nel locale con la nomea migliore o con più tavoli occupati. Il cervello dell’elettore viene subliminalmente spinto ad allinearsi alle scelte percepite del gruppo, inteso come comunità. Non è un caso che i post trionfalistici che citano questi numeri campeggino puntualmente sulle pagine social di De Luca.
I sondaggi, in questo senso, possono trasformarsi in potenti “armi” di costruzione del consenso, specialmente quando la loro matrice scientifica non viene esplicitata e certificata. Quanti elettori, d’altronde, vanno a cercare la nota metodologica prima di farsi un’opinione e farsi condizionare? Molto pochi. Lo stesso vale anche per i colleghi giornalisti. Ed è esattamente per questo che il meccanismo funziona.




