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Crans-Montana – Morire di festa. L’assurdo addio ai nostri figli

- 03/01/2026
crans montana

Dalla gioia al rogo in un istante: l’inversione dell’ordine naturale delle cose che lascia i genitori in una solitudine senza scampo.

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Ho atteso per scriverne. La costernazione ha mangiato lo spazio alla penna. La tristezza infinita si è appaiata alla disperazione inimmaginabile dei tanti genitori in attesa. Ho preferito il silenzio. Perché non c’è contabilità che tenga, non c’è bollettino medico o dispaccio d’agenzia che possa restituire la misura dell’abisso che si è spalancato in Vallese. Quaranta morti, centodiciannove feriti — molti dei quali lottano ancora per non andarsene — e quella lista di dispersi che, con il passare delle ore, assomiglia sempre più a una sentenza sospesa. Ma i numeri, freddi e terribili come l’aria di gennaio, non dicono tutto. Non dicono lo scandalo. Perché quello che è accaduto al Le Constellation non è solo una catastrofe: è un’oscenità logica, prima ancora che morale.

Anche la perfetta Svizzera si scopre fragile. Ma nessuna inchiesta potrà restituire un senso a una morte così insensata.

Desta sensazione che sia accaduto nel cuore della Svizzera, la terra della precisione cartesiana, dove la sicurezza è religione e l’imprevisto un’eresia da prevenire a norma di legge. Eppure, proprio lì, nel tempio dell’ordine, il caos ha preso il sopravvento nella forma più primitiva e beffarda: una scintilla. Un banale fuoco d’artificio da festa, un’apparente “innocua” candelina pirotecnica su una bottiglia, moltiplicata per molte, che trasforma un soffitto in una trappola mortale. Un’apparente “banalità” del male. Il flashover che brucia l’ossigeno e la vita in un istante. Un testacoda osceno tra la massima spensieratezza — il brindisi al nuovo anno — e la morte più atroce.

Non è tollerabile che sia toccato a loro. Non a quindici, sedici, vent’anni. A loro spetterebbe solo l’ebbrezza del futuro, la musica alta, persino l’eccesso ingenuo della festa. Invece, siamo costretti a registrare l’inversione brutale dell’ordine naturale delle cose. Genitori che corrono verso gli ospedali di Losanna, Ginevra, Milano, o che restano pietrificati davanti a un telefono che non suona più. L’attesa per quei sei ragazzi italiani dispersi, e per tutti gli altri, è una tortura che non augureremmo al nostro peggior nemico. Perché non è solo dolore: è lo smarrimento di chi vede crollare le fondamenta stesse del patto generazionale, ma anche di quello naturale delle cose. Siamo noi, le “vecchie generazioni”, che dovremmo andarcene per primi, lasciando loro lo spazio. Qui invece la cronaca ci impone di sopravvivere ai figli, condannandoci a quella solitudine senza scampo di cui riferirne, invano, è come raccontare l’indicibile.

Fa male pensare che tutto questo sia avvenuto in un luogo di vacanza, un rifugio dorato dove la vita dovrebbe essere sospesa, protetta. La tragedia di Crans-Montana ci sbatte in faccia la fragilità assoluta delle nostre costruzioni, la presunzione di “aver previsto tutto”. Non bastano le norme, non bastano i controlli elvetici, non basta il benessere a schermarci dall’intrusione insensata della morte. Basta una porta di sicurezza troppo stretta, un rivestimento infiammabile, e la “meglio gioventù” d’Europa finisce in cenere.

Ora arriverà il tempo della giustizia, quella dei tribunali. Si cercheranno i colpevoli, si analizzeranno le negligenze, si punirà chi ha permesso che un locale diventasse una pira. Ed è giusto, è doveroso. Ma non illudiamoci: nessuna sentenza potrà sanare la ferita di chi resta. Nessuna condanna restituirà il respiro a chi è rimasto intrappolato in quella notte maledetta. Resta solo il silenzio. Un silenzio pesantissimo che scende sulle piste da sci e sulle nostre coscienze, obbligandoci a stringerci in quella pietas che è l’unica risposta possibile quando l’insensatezza ci toglie le parole. Perché quei ragazzi potevano essere i nostri. E in un certo senso, da quella notte, lo sono diventati tutti.

Il momento esatto in cui è iniziato tutto
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