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“Caramelle”, “Mezza testa” e “Joker”, staffette e un arsenale da guerra: come funzionava la cupola del crack che dominava la provincia di Messina

- 26/03/2026
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Il pestaggio, il pitbull, le donne e la droga: “A tutti e due assieme ce la possono sucare

Il filo bianco che lega i quartieri sud di Messina, le piazze di Milazzo e le spiagge delle Isole Eolie è fatto di cocaina e crack, gestito con piglio militare e spietata determinazione da una consorteria criminale che per mesi ha inondato di droga la fascia tirrenica della provincia peloritana. A svelarne gli ingranaggi, smantellando un sistema retto da fiumi di denaro, armi da guerra e brutali ritorsioni, è un’imponente operazione dei Carabinieri che ha decapitato i vertici dell’organizzazione.

A tirare le fila di questo impero dello spaccio erano Luigi Crescenti, noto come “Joker”, e Carmelo Benenati, detto “Mezzatesta”. Sono loro i promotori e gli organizzatori di una rete capace di piazzare sul mercato, secondo le ricostruzioni, fino a cento grammi di crack al giorno. Le intercettazioni dell’ordinanza cautelare svelano l’anima di un gruppo spregiudicato, pronto a tutto pur di blindare i propri affari, in un continuo gioco a guardie e ladri lungo l’asse autostradale A20.

Il patto di ferro e la scalata al vertice

L’ascesa del duo Crescenti-Benenati si consolida sfruttando la caduta di un ex socio, Giuseppe Murabito, picchiato ferocemente a Messina per un debito di droga non onorato, un’aggressione brutale in cui i creditori gli avevano addirittura aizzato contro un pitbull che gli aveva dilaniato un piede. Da quel momento, “Joker” e “Mezzatesta” stringono un’alleanza inossidabile. “A tutti e due assieme ce la possono sucare“, si vanta Crescenti in un’intercettazione ambientale captata in auto, “se siamo insieme io e lui non c’è niente per nessuno“. Una leadership che non ammette sconti, costruita su una logistica curata in modo ossessivo e maniacale.

Le “staffette” e i lanci dal balcone

Il trasporto della droga dai rioni messinesi di Giostra e Santa Lucia sopra Contesse verso Milazzo, Barcellona Pozzo di Gotto e Torregrotta avveniva con un metodo collaudato: la “staffetta”. Auto vedetta precedevano i corrieri per segnalare la presenza di posti di blocco, monitorando in particolare il casello di Milazzo. In caso di pericolo, le reazioni erano estreme. Le microspie hanno registrato corrieri istruiti a lanciarsi dall’auto in corsa per nascondersi tra i rovi con il carico, e inseguimenti a folle velocità terminati con schianti frontali sulla Statale, seguiti dall’ordine perentorio impartito dai capi in tempo reale ai fuggitivi: “Stacca la telefonata e cancella”.

Quando la droga arrivava a destinazione, la vendita al dettaglio assumeva contorni quasi surreali. A San Filippo del Mela, a casa di Murabito, il sistema era del tutto automatizzato: gli acquirenti lasciavano il denaro nella cassetta della posta e lo spacciatore lanciava l’involucro direttamente dal balcone. Anche dopo essere finito ai domiciliari, il business non si è mai fermato, alimentato da consegne notturne protette dalle consuete vedette.

Il glossario della neve: dalle “caramelle” all’idropittura

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Per sfuggire alle maglie investigatrici, il sodalizio aveva elaborato un vocabolario criptico. La cocaina da trasformare in crack diventava “il mangiare” da “cucinare”, le dosi pronte erano “caramelle”, “paperelle” o “pezzi”. Quando il business si è esteso all’isola di Vulcano, gestito dal referente Antonino Gitto, il linguaggio si è adattato al contesto: le forniture di stupefacente venivano camuffate in discussioni su presunti lavori edili, chiedendo al telefono di portare “la pietra” o di dividere fusti di “idropittura” e “quarzite grigia”.

L’attenzione alla sicurezza informatica era altissima. Se le Forze dell’Ordine arrestavano qualcuno della rete, scattava immediatamente la bonifica digitale: “Elimina per tutti subito“, gridava Benenati ai suoi fiancheggiatori, intimando di cancellare ogni traccia compromettente dalle chat di WhatsApp prima che i telefoni finissero sotto sequestro.

Un arsenale da guerra e il terrore come regola

Ma il vero volto della consorteria emerge dalla disponibilità di un vero arsenale e dall’uso sistematico della violenza. Nelle intercettazioni, Benenati mostra a Crescenti un fucile a canna mozza tagliato artigianalmente, vantandosene con freddezza: “Basta un colpo in faccia per spaccare la faccia“. La minaccia era il pane quotidiano, utilizzata per zittire i debitori o per punire i sottoposti. Eclatante il pestaggio ai danni di un gregario, colpito duramente e lasciato a gemere dal dolore per un ammanco di appena venti euro.

Ancor più inquietante il profilo di Simone Serifovik, braccio operativo del gruppo. Pur essendo ai domiciliari, impartiva direttive per la vendita di armi da guerra, tra cui un fucile d’assalto AK-47 e un M-30, e si occupava di far recapitare in carcere dei microcellulari nascondendoli all’interno di brik di succo di frutta. Serifovik non esitava a imporre il terrore anche in ambito familiare, essendo arrivato a minacciare la madre puntandole una pistola in bocca.

La fine dei giochi

Ruoli definiti, basi logistiche in officine meccaniche e casolari isolati per la “cottura” del crack, flussi finanziari capaci di spostare decine di migliaia di euro e un controllo asfissiante del territorio. Un ingranaggio criminale che sembrava invulnerabile, ma che è collassato sotto il peso di oltre un anno di indagini certosine dei militari dell’Arma. Tra intercettazioni ambientali, telecamere nascoste, pedinamenti e l’estrazione forense di decine di smartphone, il muro di omertà è stato sgretolato pezzo dopo pezzo, disarticolando una delle più aggressive e strutturate reti di narcotraffico della provincia peloritana.

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