Analisi impietosa del sistema Ateneo nazionale, un sistema «piccolo, asfittico e classista». Un’università dove studia solo chi paga le tasse, le più alte d’Europa


di GIUSEPPE BEVACQUA
L’Università italiana? Un mondo fatato, dove i soldi piovono dal cielo, con il PNRR che ci renderà tutti scienziati e la ministra Bernini che saltella felice tra un nastro tagliato e un tweet. Poi, però, se vi capita tra le mani il dossier della Flc Cgil presentato a Napoli, intitolato non a caso «Le mani sull’Università», scoprite che siamo su Scherzi a Parte. O meglio, in un film dell’orrore contabile dove la realtà è l’esatto opposto della propaganda. Ma partiamo dai soldi, che sono sempre il cuore del problema.
La storiella ministeriale ci racconta di un Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO) che supera i 9,4 miliardi, record storico. Peccato che sia il classico gioco delle tre carte. Mentre la Bernini sventola l’assegno, l’inflazione si è mangiata il 18% del valore reale tra il 2022 e il 2024. Risultato: nel 2024 il taglio effettivo è stato di oltre 500 milioni di euro.
E nel 2025? Ne mancano all’appello altri 200 rispetto alle previsioni. Il capolavoro, però, è il trucco sugli stipendi. Ci sono stati gli aumenti contrattuali e l’adeguamento Istat (costo: 300 milioni), ma lo Stato, nella sua infinita magnanimità, ha detto agli atenei: «Bravi, pagateli voi». Ma con quali soldi? Con quelli che servivano per assumere. Così hanno bloccato il turnover per pagare l’inflazione.
Ma il vero disastro, quello che ci esploderà in faccia tra pochi mesi, è la «bolla» del PNRR. Hanno drogato il sistema con fondi a scadenza, assumendo ricercatori a tempo determinato come se non ci fosse un domani. Il problema è che il domani c’è, ed è l’estate del 2026. Quando finiranno i soldi del PNRR, tra i 35.000 e i 40.000 ricercatori precari (assegnisti, RTDa) verranno accompagnati alla porta con un calcio nel sedere. Un’espulsione di massa pianificata scientificamente, che lascerà a terra un’intera generazione di cervelli, mentre l’Italia investe nell’istruzione terziaria lo 0,9% del Pil contro l’1,48% della media OCSE. Siamo i pezzenti d’Europa, ma ci vantiamo come se fossimo a Oxford.
Mentre l’università statale boccheggia e taglia, c’è chi stappa lo champagne: i signori delle università telematiche. Il dossier parla chiaro: sono diventati «diplomifici» a scopo di lucro. Il modello è semplice: niente aule, niente laboratori, lezioni registrate anni fa e riciclate all’infinito, esami a crocette e un rapporto docenti/studenti di 1 a 300 (nelle statali è molto più basso). Costi zero, profitti stellari. E il governo? Invece di regolarizzare, protegge. C’era un decreto della ministra Messa che obbligava questi «atenei-azienda» ad assumere docenti veri. E la Bernini e che fa? Blocca tutto, rimanda le verifiche di quattro anni. Un regalo clamoroso alle lobby (Multiversity e soci) che permette loro di continuare a fare concorrenza sleale al pubblico, svalutando i titoli di studio. Così se ti laurei guardando video vecchi e facendo test a casa, per lo Stato vali quanto chi si è spaccato la schiena in laboratorio. Meritocrazia, dicono.
Infine, non contenti di affamarla, l’università vogliono pure comandarla. Il disegno è autoritario: controllo politico diretto. Hanno messo le mani sull’ANVUR (l’agenzia di valutazione), vogliono mettere becco nei CUN e piazzare nomine politiche nei CdA degli atenei. La legge delega 167/2025 dà al governo il potere di riscrivere per decreto lo stato giuridico dei docenti e la libertà di ricerca. Il tutto condito da perle di saggezza dei ministri: la Roccella che insulta gli atenei come luoghi di «non riflessione» e Crosetto che sogna un’università ancella dell’industria bellica e della Difesa.
Siamo di fronte a un sistema «piccolo, asfittico e classista». Un’università dove studia solo chi paga (le tasse sono le più alte d’Europa dopo quelle inglesi, altro che diritto allo studio), dove i ricercatori sono carne da macello usa-e-getta e dove il titolo di studio si compra online. Ma nei comunicati stampa del Ministero va tutto benissimo. Mentre il “futuro” d’Italia se ne va, anzi fugge, a “quel Paese”.










