Pronto a denunciare i fannulloni a favore di telecamera, Cateno De Luca si scopre cintura nera di poltrona vuota. In un’Ars che costa ai contribuenti oltre 260 milioni, la presenza del fondatore di Sud chiama Nord crolla al 10% (nelle commissioni). A reggere l’intero peso parlamentare del gruppo resta l’impegno solitario di Lombardo.

Qual è la regola aurea della politica nostrana? Più alzi la voce per denunciare i fannulloni, più è probabile che il capofila degli assenteisti sia tu. L’ennesima seduta a vuoto all’Assemblea Regionale Siciliana, evaporata per la provvidenziale assenza del governo e della maggioranza, ha offerto alle truppe dell’opposizione il consueto palcoscenico per stracciarsi le vesti. Tutto molto bello, tutto molto giusto. Peccato che, spulciando i tabulati, si scopra che tra i fustigatori dei costumi altrui c’è chi dell’assenteismo ha fatto un’arte marziale. Indovinate chi è cintura nera di assenze alla Regione? Cateno De Luca. Proprio lui, il leader e fondatore di “Sud chiama Nord”, che non perde occasione per bacchettare il cosmo intero a favore di telecamera, è il titolare, secondo i dati pubblici, del primato assoluto di diserzione dall’aula dell’Assemblea Regionale Siciliana. I numeri, che hanno il noioso vizio di non farsi imbambolare dai comizi, sono impietosi. Nei lavori preparatori delle Commissioni permanenti — cioè dove le leggi si scrivono per davvero e non a favor di social — l’onorevole De Luca vanta una presenza infinitesimale: 10%. E quando c’è, tace quasi sempre, con un indice di intervento fermo all’8%. Un picco di vuoto pneumatico che affossa l’intera sua formazione politica.
Chi salva lo schieramento dal podio degli ultimi? Se il gruppo di “Sud chiama Nord” non chiude all’ultimo posto la classifica dei presenti deve accendere un cero a Giuseppe Lombardo. È lui l’unico a timbrare regolarmente il cartellino, essendosi fermato a sole 5 assenze nelle sedute plenarie d’Aula del primo trimestre 2025. Una fatica solitaria che trascina la media del partito nelle Commissioni al 38% e l’indice di partecipazione attiva al 12%. Un dato, quest’ultimo, che inchioda i deluchiani nella parte bassa della classifica generale del parlamentarismo siculo: guardano col binocolo il Movimento 5 Stelle (primo al 69%), la Democrazia Cristiana (63%), il Pd e Fratelli d’Italia (appaiati al 59%), e persino Forza Italia (42%). Si consolano solo guardando dall’alto in basso i colleghi del Mpa (34%) e i leghisti, che chiudono la mesta graduatoria con un fantasmagorico 18%.
Qual è il danno procurato dalle assenze dall’attività parlamentare siciliana? E’ presto detto e conti alla mano. L’ARS è una macchina legislativa che viaggia a ritmi da lumaca, ma con costi di gestione da fuoriserie. L’Assemblea Regionale Siciliana si specchia in un paradosso fatto di aule semideserte, assenze trasversali e una produttività ai minimi storici, il tutto a fronte di una spesa pubblica imponente. Da una parte un inizio di anno solare e legislativo che ha partorito appena un paio di disegni di legge e due “leggine”; dall’altra, il termometro dell’assenteismo che, se colpisce le file della maggioranza e del governo, trova picchi clamorosi anche tra i banchi dell’opposizione, con il leader di Sud chiama Nord, Cateno De Luca, in testa alle classifiche di diserzione in Commissione.
I numeri certificano il peso economico di un’Istituzione carissima a fronte di una resa minima. Per finanziare il funzionamento dell’Ars nel 2026, i trasferimenti diretti della Regione ammontano a 133 milioni di euro, per una spesa complessiva della macchina parlamentare destinata a superare i 260 milioni.
Di fronte a questo budget, il bilancio delle attività è finora impietoso: tra l’approvazione di una singola norma da 41 milioni per le imprese colpite dal ciclone Henry (poi impugnata) e l’esitazione di norme stralciate o puramente amministrative, il costo di questa paralisi oscilla già tra i 37 e i 70 milioni di euro. Tanto costa l’assenteismo di parlamentari ben pagati. Un conto salatissimo per sedute in cui rimbombano solo gli echi di un’Aula sistematicamente sguarnita, persino quando all’ordine del giorno figurano temi delicati legati alla sanità e all’assistenza.
Ma allora, alla luce di questi dati impietosi, la domanda sorge spontanea: se non è a Palazzo dei Normanni, dove si materializza Cateno De Luca? Semplice: è “in giro”. Fa le veci (e l’ombra) del candidato sindaco di Messina, Federico Basile. Porta in tournée il suo progetto “Ti Amo Sicilia” e predica l’avvento del suo “governo di liberazione“. È dappertutto, il nostro eroe, tranne che nel Parlamento Siciliano. Quel Parlamento che gli garantisce una lauta indennità mensile, profumatamente pagata dai contribuenti, esattamente come agli altri deputati che lui passa le giornate a pontificare, promulgare, profetizzare, e anche (“sono fatto così”) se gli scappa, ad insultare (“ma quando ci vuole ci vuole”, dice lui).
Insomma, De Luca fa come gli pare, pontifica su tutto e tutti, e nessuno nel suo cerchio magico osa fargli notare il cortocircuito. Eppure la soluzione sarebbe di una banalità disarmante, e si riassume in un modesto invito: sei stato eletto parlamentare? Sei ben pagato per farlo? Allora, di grazia, vai in aula.




