
Da un post di Angelo Giorgianni

La politica messinese ha una memoria che i partiti, ciclicamente, sembrano dimenticare. Ogni volta che gli equilibri apparivano solidi, ogni volta che partiti e coalizioni ritenevano di avere già scritto il finale, la città ha prodotto una sorpresa.
Messina non è una città lineare. È una città che osserva, tace e poi, quando meno te lo aspetti, cambia la traiettoria della politica. È accaduto con Franco Provvidenti, quando gli equilibri sembravano blindati. È accaduto con Renato Accorinti, outsider capace di travolgere apparati consolidati. Ed è accaduto, in parte, anche con Federico Basile, la cui affermazione fu resa possibile anche dal voto decisivo di un’area moderata, silenziosa ma determinante.
Invero la storia di Messina insegna che quando i partiti si muovono dentro logiche di vertice, e/o trasversali e consociative, sottovalutando la percezione popolare, la città ha un sussulto di orgoglio e reagisce. Esiste un’area moderata, trasversale, non ideologica, che ha già dimostrato di saper rompere gli schemi. È quell’area che rese possibili le sorprese del passato. È quell’area che potrebbe farlo di nuovo.
Oggi Basile è il candidato. Ma la sostanza politica è più profonda: la prossima elezione è un referendum implicito su Cateno De Luca.
Perché Basile non è un sindaco isolato é uno strumento politico di De Luca. È la continuità di un ciclo politico che nasce con De Luca. Ed è stato proprio De Luca a lasciare Palazzo Zanca non per una crisi amministrativa, ma per uno scellerato calcolo più ampio, proiettato verso regionali e politiche. Una scelta cinica anche se formalmente legittima, ma che ha trasformato la città, martoriata dal ciclone Harry e bisognosa di continuità amministrativa, in una mera e drammatica tappa dentro un disegno personale.
È qui che la partita diventa ad alto rischio.
Se Basile verrà riconfermato con un consenso pieno, De Luca potrà rivendicare la solidità della sua strategia: lasciare la città senza perderne l’influenza politica. Ma se il consenso dovesse ridursi sensibilmente, o se la città dovesse scegliere un’alternativa, l’effetto sarebbe opposto. Non sarebbe solo la sconfitta di un candidato. Sarebbe la fine politica di un ciclo. L’inizio di una parabola discendente per un leader padrone che ha legato il proprio destino al risultato.
Quando un capo personalizza così fortemente la successione, non delega soltanto il governo: mette in gioco la propria leadership ed il proprio futuro politico.
In questo scenario, il centrodestra si muove con un’ambiguità che alimenta perplessità e interrogativi. Se non esprimerà un candidato forte, identitario, coerente con la propria cultura politica, ma opterà per una figura debole o ambigua e non identitaria, oltre a perdere gran parte del proprio elettorato di riferimento, alimenterà inevitabilmente il sospetto: la coalizione e/o un partito della stessa non si vuole rompere davvero. Una candidatura simile rischia di apparire, nei fatti, sinergica all’asse Basile–De Luca. Una competizione attenuata oggi per accordi politici trasversali finalizzati a non compromettere equilibri utili domani, in vista delle regionali o delle politiche.
Il centrosinistra, dal canto suo, rischia di pagare il ritardo e la difficoltà di sintesi. Senza una proposta chiara, rischia di restare sullo sfondo di un confronto polarizzato altrove.
E allora si apre lo spazio che la storia messinese ha già conosciuto: quello della società civile.
Se dalle associazioni, dai movimenti, dal mondo professionale e produttivo emergesse una candidatura unitaria, credibile, competente, con un programma chiaro e una squadra all’altezza, lo schema potrebbe saltare. Non per rabbia ideologica, ma per scelta consapevole.
È già accaduto che Messina abbia premiato figure percepite come autonome rispetto ai partiti tradizionali. È già accaduto che l’area moderata abbia rotto gli schemi quando ha percepito giochi di vertice o partite già scritte.
Oggi le urne possono diventare il luogo di un referendum implicito su una leadership. Oppure il terreno su cui si infrangono torbidi giochetti partitici. Oppure ancora l’occasione per aprire una fase nuova, con un candidato che non nasca dentro le segreterie ma dentro la città.
La differenza la farà quella parte silenziosa di Messina che non si lascia ingannare dal camaleontismo politico o impressionare dalle dichiarazioni roboanti, ma valuta la coerenza, la credibilità, la visione.
E se quella parte dovesse decidere di chiudere un ciclo, lo farà senza clamore. Ma con un voto capace non solo di bocciare i partiti tradizionali , ma anche di segnare il destino di un sindaco, la fine politica di un leader e l’inizio di una entusiasmante stagione diversa.









