

di GIUSEPPE BEVACQUA
C’è stato un tempo, agli inizi, in cui per fare il giornalista ho dovuto prima aggrapparmi a una telecamera. È andata così che ho conosciuto Nino Bellinghieri. Io stavo lì, e lo guardavo muoversi. Finché quella videocamera è rimasta tra le mie mani, lui è stato l’esempio da seguire. Imparavo rubando con gli occhi, come si fa con le cose preziose.
Poi succede che la vita devia. Ho posato la telecamera per stringere una penna, e l’ho quasi perso di vista. Ma c’era questo dettaglio bellissimo: ogni volta che le nostre strade si incrociavano di nuovo, i nostri sorrisi si riconoscevano. C’era dentro, taciuto ma limpido, un sottile senso di gratitudine per quel pezzo di mestiere rubato e imparato.
Il destino, con la sua fretta incomprensibile, se l’è portato via di venerdì. Un giorno esatto prima di San Valentino. Così, all’improvviso. Lo ha scritto Saro Pasciuto, che “proprio il cuore lo ha tradito“. Che suona un po’ come una beffa, a pensarci, perché se Nino aveva una cosa smisurata, quella era proprio il cuore.
Di Nino Bellinghieri si dovrebbero raccontare la gentilezza, gli occhi sinceri e puliti, e, su tutto, quel suo sorriso. Una finezza rara, di modi e di pensiero. Era un uomo dolce, accogliente come un porto sicuro, di quelli che in giro se ne trovano pochi. Trasparente. Eppure il destino se l’è ripreso, troppo in fretta. Trent’anni di Rtp, vissuti in strada a leggere e raccontare la città, sotto qualsiasi cielo, con qualsiasi tempo.
Non cercherò frasi di circostanza. Non servono a niente. E resta addosso quel nodo in gola, il rimpianto di parole che avrei voluto e dovuto dirgli quando la vita accadeva, per riconoscergli, a voce alta, l’uomo e il professionista che era.
Il mio abbraccio arriva lì, stretto, alla sua famiglia. A sua moglie, a sua figlia.
Ciao Nino. Quel tuo sorriso mancherà da morire.










