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“Messina salva dal dissesto?”: il gioco delle tre carte, l’eredità di Basile e la voragine dei conti in rosso. Le Partecipate e l’ATM in ETERNA liquidazione, vera bomba ad orologeria

- Editoriale, Ultima Ora
11/02/2026

Messina è l’unico grande comune italiano con un disavanzo che, invece di ridursi, si allarga costantemente. E sotto il tappeto c’è una massa debitoria monstre.

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di GIUSEPPE BEVACQUA

C’era una volta il “Modello Messina“, la favola bella del risanamento finanziario raccontata a reti unificate per tutto il mandato del sindaco Federico Basile. La narrazione ufficiale, da Libro Cuore dell’amministrazione locale, fissa la data storica al 31 luglio 2023: la Corte dei Conti approva il Piano di Riequilibrio Finanziario Pluriennale. “Siamo fuori dalle secche del dissesto“, esultano i salvatori della patria a Palazzo Zanca, “E ci hanno fatto anche i complimenti” dichiara un commosso Cateno De Luca. Peccato che, a leggere le carte dei magistrati contabili e non i comunicati stampa della giunta, la “sana gestione” somigli più a un castello di carte.

La Corte dei conti, infatti, ritenne il piano congruo, pur con specifiche prescrizioni.

Basta sfogliare le relazioni della Sezione di Controllo per la Regione Siciliana per scoprire che il presunto rientro accelerato è, in realtà, una spericolata retromarcia a fari spenti. Nel 2018, all’inizio del percorso salvifico, il disavanzo di amministrazione ammontava a 66 milioni di euro. Nel 2022, a cura in pieno svolgimento, la cifra è lievitata a 116 milioni. Un peggioramento del 76%. Un record nazionale assoluto: Messina è l’unico grande comune italiano con un disavanzo che, invece di ridursi, si allarga costantemente. Una roba che la Corte dei Conti ha definito, con un eufemismo di rito, “preoccupante”, adombrando la palese violazione dell’articolo 188 del Testo Unico degli Enti Locali (TUEL), quello che imporrebbe – appunto – un rientro costante, non uno sfondamento continuo.

Cosa dice la legge? L’articolo 188 del TUEL impone che, a fronte di un disavanzo di amministrazione accertato, l’ente debba rientrare gradualmente e costantemente nel corso degli esercizi previsti dal piano. In parole povere: se hai un buco, devi riempirlo un po’ alla volta, anno dopo anno. Il concetto chiave è la progressività del rientro. La norma, pertanto, vieta espressamente che il disavanzo peggiori durante la cura. Se tu firmi un Patto con lo Stato promettendo di dimagrire, non puoi presentarti alla pesa dell’anno successivo con venti chili in più e sostenere che la dieta sta funzionando “in prospettiva”.

A Messina è accaduto l’esatto contrario di quanto prescritto dalla legge. Mentre si celebrava il Piano di Riequilibrio come la panacea di tutti i mali, i numeri raccontavano una violazione palese della norma. Dal 2018 al 2022, il disavanzo non è sceso: è esploso. Passare da 66 milioni a 116 milioni di euro significa aver preso l’articolo 188 e averlo cestinato.

La Corte dei Conti, nella sua “approvazione con riserva” (che nel linguaggio dei magistrati suona come una condanna con la condizionale), ha messo il dito proprio in questa piaga. Un piano di rientro che vede il debito crescere invece di diminuire è, nei fatti, carta straccia. È la certificazione che la “sana gestione” è solo uno slogan, mentre la realtà contabile viaggia verso il default tecnico.

L’amministrazione Basile si è mossa sul filo del rasoio: ha ottenuto l’omologa formale del piano, ma ha violato la sostanza economica che lo giustificava. L’articolo 188 non ammette deroghe morali o narrative: se il disavanzo aumenta, il piano è fallito nei fatti.

Quanto tempo passerà prima che la magistratura contabile trasformi quell'”avvertimento” in una dichiarazione di dissesto definitiva, sancendo che il Re è nudo e, soprattutto, al verde?

Dunque, il famigerato Piano di Riequilibrio non è la medaglia da appuntarsi al petto in campagna elettorale, ma la proverbiale libertà vigilata. I magistrati contabili l’hanno approvato con riserva, allegando un avvertimento grande quanto lo Stretto: non usatelo come escamotage per eludere il dissesto. Anche perché sotto il tappeto c’è una massa debitoria monstre.

Se sommiamo i debiti fuori bilancio, le passività latenti e le voragini delle società partecipate, superiamo agilmente gli 800 milioni di euro (partendo dai circa 550 milioni stimati nel 2018).

I numeri del “miracolo”

  • Disavanzo di Amministrazione: Da 66 milioni (2018) a 116 milioni (2022). Un bel balzo in avanti (verso il baratro).
  • Massa Debitoria Complessiva: Oltre 800 milioni di euro, un iceberg di cui si vede solo la punta.
  • Tasse ai cittadini (TARI): Aumentata del 15% tra il 2019 e il 2023. Per coprire i costi dei rifiuti e i buchi pregressi, alla fine pagano sempre i messinesi.
  • Accantonamenti Fondo Rischi: 42 milioni congelati nel 2024, con altri 10 previsti per il 2025.

Quest’ultimo dato è la vera pietra tombale sulla reale capacità di spesa del Comune, al netto di fondi extra bilancio e PNRR. Cinquantadue milioni di euro bloccati in due anni per coprire debiti certi o potenziali significano azzerare di fatto i margini di manovra. Niente soldi per il welfare, niente soldi per rattoppare le strade, zero servizi per i cittadini. Quando i fondi del PNRR termineranno Messina e chi la governerà vivrà solo per ripianare i debiti passati e futuri.

Il buco nero delle Partecipate

Vendute ai cittadini come scintillanti gioielli di efficienza, sono in realtà idrovore che prosciugano le casse comunali per 149 milioni di euro all’anno, tra stipendi e immancabili anticipazioni di cassa.

Nel 2023, ad esempio, ATM vantava un utile di 1,5 milioni (miracolo!). Nel 2025, passata la festa e gabbato lo santo, ecco i segnali di asfissia: corse degli autobus tagliate del 30% e una dipendenza cronica dal Comune per 29 milioni di euro l’anno.

ATM SPA E ATM IN (ETERNA) LIQUIDAZIONE

Per non parlare della ATM “bad company” mai liquidata e che pende sui messinesi come una imprevedibile spada di Damocle. L’operazione è stata da manuale della finanza creativa (o disperata, fate voi). Si prende un’azienda pubblica stracolma di debiti, contenziosi e inefficienze. Invece di risanarla davvero – operazione dolorosa e impopolare – si fa uno “spin-off”. Si crea una società nuova di zecca (la NewCo), vergine e immacolata, a cui si affidano i contratti di servizio, i bus nuovi (comprati con fondi pubblici) e la gestione corrente.

de luca picciolo
Pietro Picciolo a capo del team per la liquidazione della vecchia ATM

E la vecchia? La vecchia ATM diventa la pattumiera. La Bad Company, appunto. Lì dentro si lasciano a marcire i debiti mostruosi, i crediti inesigibili, le cause perse in partenza e tutto il vecchiume contabile che avrebbe fatto saltare il banco. Il problema, che la propaganda si guarda bene dal sottolineare, è che la Bad Company non è una società privata fallita che sparisce nel nulla lasciando i creditori a bocca asciutta. L’ATM in liquidazione è pur sempre un ente strumentale del Comune di Messina. Il socio unico è sempre lui: Palazzo Zanca. La massa debitoria parcheggiata nella vecchia gestione – si parla di decine di milioni di euro tra fornitori non pagati, oneri previdenziali e cause di lavoro – non evapora per magia. È un debito che “galleggia” in un limbo giuridico, in attesa che il Liquidatore alzi bandiera bianca. E quando la liquidazione non avrà la cassa per pagare (perché la Bad Company, per definizione, non incassa nulla, ha solo debiti), a chi busseranno i creditori? Al Comune. Cioè ai cittadini. Che oggi (ed in futuro) già pagano due volte: Pagano per la Nuova ATM, che pur essendo “sana” vive grazie a un contratto di servizio onerosissimo (circa 29 milioni l’anno di trasferimenti comunali, più i biglietti, più i fondi extra). Pagano e pagheranno per la Vecchia ATM, perché i suoi debiti residui sono la spada di Damocle, di cui sopra, che pende sulla testa del bilancio comunale. Ogni volta che un giudice condanna la vecchia gestione o un fornitore storico pretende il saldo, quei soldi devono uscire dal perimetro pubblico.

E se si procedesse alla liquidazione di ATM bad company? Fino ad oggi non si è proceduto: La Regione Siciliana, con la sua proverbiale melina burocratica, non ha mai firmato il decreto di morte (la liquidazione coatta amministrativa), condannando l’ente a un limbo tossico. La verità, nuda e cruda, è emersa il 15 ottobre dello scorso anno, dalla penna del commissario liquidatore Pietro Picciolo. La sua relazione, finita sulla scrivania del sindaco come una sentenza inappellabile, certifica il disastro: l’azienda è in stato di insolvenza conclamata. Non è una difficoltà passeggera, è un de profundis. La prova regina? L’Agenzia delle Entrate-Riscossione ha smesso di aspettare e ha fatto scattare le ganasce: un pignoramento monstre da 7,6 milioni di euro. In pratica, lo Stato certifica che il “Modello Messina” non paga i debiti.

Sorge un sospetto alimentato da qualche voce di conferma: non procedere alla liquidazione della vecchia ATM potrebbe essere una cinica strategia? Sarebbe un probabile disastro economico e politico, una bomba a orologeria con la miccia lunga, lasciata lì pronta ad esplodere se il piano di rientrare al comando di Messina non riuscisse. La gestione della procedura resta sempre in mano a compagini vicinissime a Cateno De Luca. Ma è solo un’ipotesi figlia di cattivi pensieri e voci che con tutta evidenza sono ostili al deluchismo.

Su tutto però vi è una certezza: ad oggi aver creato la NewCo ha permesso di sbandierare bilanci in utile (facile, se non hai i debiti pregressi sul groppone), ma, come abbiamo spiegato, ha lasciato intatta la voragine strutturale. Basile e il suo mentore hanno così venduto l’idea che il problema fosse risolto “chiudendo” la vecchia azienda. In realtà, l’hanno solo messa in rianimazione assistita in una stanza separata, sperando che il paziente muoia definitivamente quando loro saranno già altrove. Ma i debiti pubblici, ahinoi, godono di ottima salute e hanno il brutto vizio di sopravvivere ai sindaci che li hanno generati o nascosti. Quella della Bad Company non è ingegneria finanziaria: è il classico gioco delle tre carte. E la carta perdente l’avranno sempre in mano i cittadini e l’eventuale nuova amministrazione (nel caso non fosse di deluchiana estrazione).

MESSINA SERVIZI BENE COMUNE

Spazzamento

Il “Modello Messina” sui rifiuti si basa su un principio economico che farebbe bocciare qualsiasi studente al primo anno di Economia: l’efficienza a costo infinito. Per tenere in piedi il baraccone del “porta a porta” spinto (spesso gestito con modalità discutibili e ritiri a singhiozzo nelle periferie), il Comune versa nelle casse della partecipata la bellezza di 70 milioni di euro l’anno. Avete capito bene. Settanta milioni. E nonostante questa pioggia di denaro pubblico, la società naviga in acque tutt’altro che tranquille, con passività che si aggirano sui 56 milioni di euro. Siamo di fronte a un paradosso: un’azienda che dovrebbe produrre ricchezza valorizzando i rifiuti (la famosa “economia circolare”), in realtà produce debiti e assorbe risorse come una spugna.

Ma la vera cartina di tornasole dell’inganno è la TARI, la tassa sui rifiuti. In un mondo normale, e secondo le leggi della logica, se la raccolta differenziata aumenta, i costi di smaltimento in discarica dovrebbero crollare e i ricavi dalla vendita di carta, plastica e vetro dovrebbero salire. Risultato matematico: la bolletta per i cittadini dovrebbe scendere. A Messina succede l’esatto contrario. Tra il 2019 e il 2023, la pressione fiscale della TARI è aumentata del 15%. Com’è possibile? Semplice: il sistema costa troppo. L’esercito di operatori, i mezzi, la gestione farraginosa, le consulenze, tutto ha un prezzo esorbitante che non viene coperto dalla vendita del materiale riciclato.

Quindi, il cittadino messinese subisce la beffa suprema: deve separare i rifiuti in casa, tenersi i mastelli sul balcone, rispettare calendari bizantini e, come premio, paga di più. Il “Bene Comune” del nome, evidentemente, si riferisce al bene della società stessa e del suo organico, non certo al portafoglio delle famiglie.

E poi c’è la questione del servizio reale. Se il centro città viene lucidato a specchio per le parate istituzionali e le dirette Facebook, basta spostarsi di qualche chilometro verso nord o verso sud per trovare una realtà ben diversa. Micro-discariche abusive che fioriscono perché il sistema di raccolta non è capillare come si dice, zone dove il ritiro salta “per problemi tecnici”, spazzamento delle strade che è un miraggio. La Messina Servizi è diventata un altro gigante burocratico, un ente che serve a giustificare sé stesso e le proprie assunzioni (anche qui, i numeri del personale sono lievitati), piuttosto che a garantire una città pulita al minor costo possibile.

MESSINA SOCIAL CITY: l’ufficio collocamento che si crede azienda

msc de luca

Last but not least c’è la corazzata elettorale Messina Social City: oltre 1.300 dipendenti, un costo annuo di 50 milioni di euro per le casse pubbliche e passività già a quota 17 milioni.

Un ente nato con un nome che evoca welfare scandinavo e solidarietà, ma che nei fatti si è trasformato nel più grande stipendificio della storia recente siciliana. La partecipata ha ormai superato per numero di dipendenti la casa madre. Mentre Palazzo Zanca si svuota per i pensionamenti e i blocchi del turnover, la “Social City” assume a ritmi da catena di montaggio cinese. Un esercito di oltre 1.300 anime (tra contratti a tempo indeterminato, determinato e precariato vario) che risponde a un solo comando. Creare una società in house per gestire i servizi sociali ha permesso di aggirare le forche caudine dei concorsi pubblici puri, trasformando le assunzioni in una leva di consenso elettorale formidabile.

Ma con questo esercito in campo, Messina dovrebbe essere un paradiso per anziani, disabili e bambini, giusto? Manco per sogno. La qualità dei servizi è l’eterno “non detto”. Avendo eliminato le cooperative (che, per carità, avevano i loro problemi, ma almeno erano in concorrenza tra loro), l’amministrazione ha creato un monopolio sovietico. L’utente non può scegliere. O ti mangi questa minestra (l’assistente che ti manda la Social City, all’ora che dice la Social City, con le modalità della Social City) o ti butti dalla finestra. Non c’è parametro di confronto, non c’è stimolo al miglioramento. Il servizio è “erogato”, punto. Che sia buono o pessimo, non importa a nessuno, tanto il “cliente” è prigioniero.

E qui arriviamo alla beffa finale, quella che tocca il portafoglio delle famiglie più deboli. Si chiama compartecipazione, un termine tecnico che in messinese si traduce con: “pagare due volte”. La narrazione del “sindaco dei poveri” si infrange sui bollettini che le famiglie devono pagare per accedere ai servizi. Le quote a carico degli utenti sono schizzate alle stelle. Vuoi l’assistenza domiciliare? Paghi. Vuoi il trasporto disabili? Paghi. E paghi caro. Le tariffe applicate dalla Social City, in molti casi, rendono il servizio pubblico poco dissimile da quello privato, con la differenza che il privato lo scegli, questo te lo impongono.

È il trionfo dell’ipocrisia contabile: il Comune trasferisce 50 milioni di euro l’anno alla società per coprire i costi (leggi: gli stipendi), ma poi la società chiede ai cittadini un ulteriore quota (la compartecipazione) per far quadrare i conti. Il risultato? Un servizio che si chiama “Social”, ma che nei fatti seleziona l’utenza in base al censo. Chi non può permettersi la compartecipazione, spesso rinuncia o si arrangia con il nero. Una macchina da guerra elettorale, ma costosa e rigida che drena risorse pubbliche solo per mantenere sé stessa.

L’EREDITA’: E NON E’ UN GIOCO TELEVISIVO

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Insomma, il “risanamento” delle partecipate è il classico gioco delle tre carte: sposti il debito dal Comune alle società satelliti, stabilizzi un po’ di precariato e speri che nessuno vada mai a farsi i conti sul bilancio consolidato.

Alla luce dei numeri così rappresentati e portati “in chiaro”, l’eredità che Federico Basile lascia a sé stesso, al prossimo sindaco o, in ogni caso, ai cittadini è una transizione incompiuta e pericolante. Certo, si sbandierano 222 milioni di euro di fondi extra-bilancio intercettati e un po’ di maquillage burocratico. Ma sotto la vernice fresca, le fondamenta scricchiolano. Il sistema delle mega partecipare è il vero punto critico. Appena i trasferimenti comunali dovessero calare per via del predissesto o dei tagli statali e la fine del PNRR, andranno in tilt.

Il “Modello Messina”, dunque, appare come un ologramma che si regge su un disavanzo galoppante e su debiti occultati nelle partecipate. Un conto salatissimo che qualcuno, inesorabilmente, presenterà alle prossime generazioni.

il punto promo