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Messina città dei balocchi (e dei tranelli): il remake del Sindaco a scadenza e la “tenera” opposizione di Sua Maestà

- 04/02/2026
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Tra la farsa delle dimissioni annunciate e l’arroganza di una rielezione data per scontata, Palazzo Zanca resta ostaggio dei tatticismi deluchiani. Mentre il dissenso monta tra la gente, i partiti in “vigile attesa” confermano la loro inutilità: un’opposizione di facciata, dove il cambio di casacca diventa virtù solo se ingrossa le file del potere.

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di GIUSEPPE BEVACQUA

Guardando a quel che sta accadendo a Messina, giorno per giorno, viene quasi da ridere. I messinesi i vivono ormai in una sorta di limbo onirico, cullati dalla ninna nanna della “buona politica” e della “continuità amministrativa”. Una narrazione così perfetta, così levigata dai social media manager deluchiani, che quasi ci si dimentica di un dettaglio trascurabile: il Sindaco, Federico Basile, non è un uomo solo al comando, ma un uomo col comando a distanza. Un primo cittadino teleguidato – con tutto il rispetto per la sua indubbia gentilezza istituzionale – dal Profeta Cateno De Luca, che da Taormina, da Palermo o da Marte (a seconda dell’ultima diretta Facebook) muove le pedine sulla scacchiera peloritana.

E ora, pare che il joystick stia per vibrare di nuovo. Si mormora, si vocifera, e negli uffici di Palazzo Zanca si da quasi per certo che Basile stia per fare la mossa del cavallo: dimettersi. Sabato prossimo potremmo assistere, come in un Groundhog Day (il Giorno della Marmotta) in salsa sicula, a ritrovarci, di nuovo, senza sindaco dopo poco più di tre anni e mezzo. Vi ricorda qualcuno? Certo, ricorda Cateno De Luca, che lasciò lo scranno anzitempo per inseguire sogni regionali poi infranti. Quante volte lo abbiamo già scritto? Tante, troppe, da mettere in dubbio financo che ai messinesi repetit vere adjuvat? Ripetere serve davvero? Scuote coscienze? O ti attira solo “nemici” travestiti che ti somministrano calorose pacche sulle spalle e coltellate da dietro?

Tant’è che siamo all’ennesima promessa solenne infranta. “Rimarrò dieci anni”, tuonavano. “Continuità”, giuravano. E invece siamo alle porte girevoli. Di nuovo. I veri colpevoli sono sempre gli stessi: i messinesi.

Ma la cosa veramente grandiosa, quella che ti fa capire che la realtà ha superato la satira, è la sicumera – termine desueto ma perfetto per questi tempi bui – con cui i pretoriani della maggioranza in Consiglio Comunale zittiscono chi osa porre dubbi sul Bilancio di Previsione. Un documento contabile varato, si badi bene, in “odor di dimissioni”. Alla domanda timida del consigliere di minoranza (Libero Gioveni) su chi sarà l’interlocutore per gli emendamenti futuri, la risposta è arrivata gelida e sprezzante: “Tanto Basile a luglio sarà di nuovo sindaco”. Arroganza del potere che non contempla nemmeno l’ipotesi del fallimento. Basile si dimette, si ricandida e vince. Automatico, come timbrare il cartellino. Ma quanta certezza alberga davvero sotto questa scorza di granito? L’aria in città è cambiata, e chi ha il naso fino lo sente. Il dissenso non è più quel brusio sotterraneo confinato ai bar di provincia o ai gruppi WhatsApp dei “rosiconi”; ora serpeggia alla luce del sole, tra le crepe delle strade e le bollette della TARI. Forse lor signori non lo vedono perché accecati dai like delle loro stesse pagine, o forse pensano di vincere facile per manifesta inferiorità dell’avversario. Ed ecco che è proprio questa la nota dolentissima.

Se il sistema Basile/De Luca si permette di trattare il Comune come un albergo a ore, è perché i messinesi da un lato lo consentono, mentre dall’altra parte politica c’è il deserto dei Tartari. L’opposizione a Messina è un concetto metafisico, un’ipotesi dello spirito. I partiti tradizionali – quelli che a Roma si scannano e a Messina prendono il caffè insieme – hanno vissuto e sopravvissuto in una “vigile attesa” che somiglia molto al coma irreversibile.

La parola “opposizione”, in riva allo Stretto, è triste dirlo, non ha mai avuto vera consistenza: slegata, schizofrenica, ma anche recitata (piaccia o non piaccia, questo è quel che appare alla somma dei lavori d’aula consiliare). Una compagnia di giro che, tranne pochissime mosche bianche ed a corrente alternata, ha firmato e autorizzato di tutto, facendo da stampella al “modello De Luca” ogni volta che serviva, salvo poi latrare alla luna nei comunicati stampa della domenica. L’unica parvenza di resistenza, bisogna ammetterlo per onestà intellettuale, si è respirata nel Consiglio Metropolitano, dove qualche scintilla di dignità politica è ancora rimasta. Ma a Palazzo Zanca? Calma piatta. Tranne qualche risveglio “sudato” a cui segue sempre il riassopimento.

Paradossale ma vero: l’opposizione a Messina l’ha fatta chi non era chiamato a farla.

E ora che si avvicina il redde rationem, assistiamo allo spettacolo indecoroso delle “folgorazioni sulla via di Damasco”. Professionisti, ex politici, ex oppositori “all’acqua di mare” che scoprono improvvisamente la luce, e che saltano il fosso. Ma attenzione: il “salto della quaglia” a Messina è un’arte nobile ed è considerata cosa “buona e giusta” solo a una condizione: che si atterri tra le braccia accoglienti di Sud Chiama Nord. Se lo fai verso sinistra o verso il centrodestra sei un traditore; se lo fai verso Cateno, sei un illuminato che ha capito il Bene Comune.

Insomma: l’atmosfera è tetra, pesante. Chi vorrebbe provare a costruire un’alternativa si guarda le spalle, diffidando del vicino di banco: “Ma questo con cui sto parlando, sta davvero dando ragione al mio dissenso o sta trattando il passaggio in maggioranza?”. Nessuno si fida di nessuno con la determinazione di un nuovo ed ulteriore avvelenamento dei pozzi della politica e del senso di comunione cittadino. La città resta lì, in sospeso, ostaggio di un sindaco che forse se ne va per farsi rieleggere, e di un’opposizione che non sa nemmeno se esiste.

Ma se Basile davvero staccherà la spina, potrebbe scoprire che l’elettorato non è un telecomando e che, a furia di giocare con le istituzioni, a volte ci si scotta le dita. Magari se ne pentirà. O magari no, perché guardando chi ha contro, al sindaco viene quasi voglia di dargli ragione.

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