
I Dem denunciano il flop dei cantieri (Mili allo 0%) e l’esercito dei precari a termine, ma il vero scandalo è il “valzer” delle nomine: dirigenti confermati “col trucco” del PNRR in un Comune ufficialmente in rosso, mentre il Sindaco prepara l’uscita e l’opposizione si accorge del disastro a tempo scaduto.

A Palazzo Zanca va in scena il “Day After”. Mentre fuori si contano i danni del ciclone Harry – a cui va la doverosa solidarietà di tutti, inclusa quella dei consiglieri Dem – dentro il palazzo il Partito Democratico decide finalmente di aprire gli occhi su un’altra calamità, questa tutta politica e amministrativa: la gestione dei fondi PNRR.
In una conferenza stampa che ha il sapore amaro del de profundis, il trio di consiglieri comunali PD, composto da Felice Calabrò, Antonella Russo e Alessandro Russo ha lanciato l’allarme. Il titolo del film horror proiettato dai tre è semplice: “Cosa resterà di questi fondi?”. La risposta, temiamo, è: poco o nulla, se non i debiti.
L’ENORME E PERICOLOSO RITARDO NELL’IMPIEGO DEI FONDI PNRR
La consigliera Antonella Russo ha sventolato l’ultima relazione della Corte dei Conti come fosse una sindone. Il dato è impietoso: gli enti locali hanno speso appena il 30 per cento dei fondi assegnati e “Messina non si discosta da questa percentuale”. Anzi sembra anche meno. Insomma siamo fermi, inchiodati. I dati dei portali Open Pnrr e Open Polis, congelati all’ottobre 2025, raccontano di una paralisi che il PD scopre solo oggi, quando la scadenza del 30 giugno incombe come una mannaia.
Prendiamo l’impianto di Mili. Si parla di 27,18 milioni di euro finanziati per il ciclo depurativo. Una cosetta da niente in una città che ha sete e scarica a mare. Ebbene, sapete quanto è stato impegnato di questa somma faraonica? Lo 0,00%. Zero. Virgola. Zero. Nemmeno i soldi per comprare il nastro da tagliare all’inaugurazione. E che dire di “Foresta Me”, il progetto dal nome esotico che doveva trasformare Messina in un’amazzonia urbana? Su 22,65 milioni finanziati, siamo al 17,24% di impegno. In pratica, hanno piantato gli alberelli che hanno portato via tanti posti auto in centro e si sono fermati. Poi c’è il dramma delle perdite idriche, a Messina drammatiche: 17,22 milioni in cassa, impegnati per il 29,94%. L’acqua si perde, i soldi pure. Per non parlare del risanamento urbano (progetto Camaro Sottomontagna): 14,75 milioni disponibili, impegnati al 6,29%. La Cgil, per non essere da meno, ci ricorda che sui progetti di inclusione sociale, su 25 milioni, ne sono stati impegnati 2,5. Il 10%.
Il rischio, denunciato dai Dem con una preoccupazione che definire tardiva è un eufemismo, è matematico: non riuscire a impegnare le somme in tempo. Risultato? Le opere in corso potranno essere completate solo con altri finanziamenti o esclusivamente con fondi comunali (cioè nostri) o resteranno incompiute. È lo spettro del danno erariale che prende forma.
LA PIOGGIA, ANZI L’ALLUVIONE, DI MILIONI SU MESSINA

C’è stata una vera e propria pioggia di milioni su Messina, un’alluvione contabile di 191 milioni di euro tra fondi extra-bilancio, Pon Metro e Poc. Sulla carta, dovrebbero servire a colmare il divario tra Nord e Sud, quella famosa “coesione” di cui ci si riempie la bocca nei convegni. Nella realtà, raccontata senza troppi giri di parole dal consigliere PD Alessandro Russo, siamo di fronte al solito gioco delle tre carte: soldi che piovono, ma che evaporano in mancette, start-up che nasceranno morte e una “Messina Social City” che assume come una multinazionale, ma con i piedi d’argilla dei contratti a termine.
Il Sindaco Basile ostenta tranquillità, assicura che il governo concederà proroghe oltre il 2026. Peccato che la Corte dei Conti (circolare 22) abbia appena ricordato che le scadenze sono scolpite nella pietra. Quindi nessuna proroga. Al 30 giugno quel che è fatto è fatto. Senza alcun appello.
Ma a Messina va tutto bene, anche se l’adeguamento sismico delle scuole è fermo a percentuali da prefisso telefonico: 0,5% in un caso, 1,4% (la palestra Bisazza) nell’altro. E se non si finisce in tempo? Nessun problema, il Sindaco ha la soluzione pronta: “Useremo i fondi della Città Metropolitana”. Come se spostare i debiti da una tasca all’altra risolvesse il fatto che gli studenti, a fine gennaio, non vedono l’ombra di un cantiere.
Si finanziano imprese con aiuti “de minimis”, soldi a fondo perduto per start-up che, finito il finanziamento, avranno l’aspettativa di vita di un gatto in tangenziale, dato che il tessuto economico cittadino è asfittico. E poi ci sono le “Borse inclusione lavoro”: 15 milioni di euro per creare non professionisti, ma precari di stato. Li chiamano “tirocini”, ma sono sussidi mascherati. Gente che entra ed esce da percorsi senza acquisire competenze certificate, senza una prospettiva, utile solo a gonfiare le statistiche dell’occupazione finché dura il bonifico. È l’assistenzialismo 4.0: non si costruisce il futuro, si compra il consenso a rate.
Il fiore all’occhiello è la Messina Social City, il braccio armato del welfare peloritano. Il contratto di servizio è lievitato da 14 a 17 milioni, l’esercito dei dipendenti tocca quota 1.300 unità. Tutto bellissimo, se non fosse che centinaia di questi lavoratori (650 nuovi assunti) vivono appesi a contratti di 10, 11 mesi, legati a progetti extra-bilancio. Qui scatta il paradosso legale e morale sollevato da Russo: se questi lavoratori svolgono “servizi essenziali” (come l’assistenza agli anziani), perché sono pagati con fondi “progettuali” che per natura hanno un inizio e una fine?. Cosa succede al 31esimo mese, quando scade il progetto? Si manda a casa l’assistente sociale o si interrompe il servizio alla nonnina? Si chiama “complementarietà”, dicono loro. In italiano si chiama precariato strutturale pagato con soldi pubblici.
Alla luce di quanto fin qui esposto perché il PD ha aspettato che l’acqua arrivasse alla gola (e non solo per il ciclone) per convocare i giornalisti?
IL CASO DEI DIRIGENTI “BLINDATI”
Il vero capolavoro del grottesco lo evidenzia Felice Calabrò, puntando il dito sul valzer delle poltrone. Mentre si rincorrono le voci di dimissioni anticipate e immotivate del sindaco Basile, l’amministrazione che fa? Distribuisce incarichi dirigenziali ex art. 110 legandoli ai fondi del PNRR ed a quelli europei, anche per incarichi che nulla avrebbero a che fare queste tipologie di impieghi.
La questione ruota attorno alle nomine dei dirigenti esterni, i famosi ex articolo 110. Quelli che il sindaco si sceglie intuitu personae (traduzione: perché mi piaci tu), saltando la noiosa trafila dei concorsi pubblici. Ora, la legge – che notoriamente per i nostri eroi è un suggerimento più che un obbligo – dice una cosa semplice: se sei un ente “strutturalmente deficitario” (ovvero: in rosso sparato), i contratti con i dirigenti esterni decadono ex lege. Caput. Finito. A casa.
E come sta messo il Comune di Messina? I rendiconti 2022, 2023, 2024 e persino le proiezioni 2025 dicono, nero su bianco, che l’ente è strutturalmente deficitario. Dunque, i dirigenti Certo, Conforto e Strano dovrebbero fare gli scatoloni. E invece no. Restano lì. Per quale miracolo? Perché c’è una leggina, il decreto 13 del 2023, che offre una scappatoia: puoi tenere gli esterni, anche se sei in bolletta, purché servano a gestire i fondi del PNRR. Geniale. Peccato che, come nota correttamente Calabrò, nei decreti di nomina di questi signori non ci sia mezza riga che li leghi al PNRR. Il dottor Conforto si occupa di tributi (che col PNRR c’entrano come i cavoli a merenda), l’ingegner Certo di manutenzioni ordinarie, la dottoressa Strano di affari legali. Di “Next Generation EU” non v’è traccia. Quindi: l’ente è in deficit, la deroga PNRR non si applica, ma loro restano saldamente in sella. È la “supercazzola” amministrativa elevata ad arte di governo.
Ma il capolavoro, la vera “chicca” che Calabrò ci regala, riguarda il Capo di Gabinetto. Qui si passa dalla tragedia alla farsa. Il decreto di nomina dell’avvocato Emilio Fragale (decreto 78 del 30 settembre 2025) recita testualmente: “Dato atto che il Comune di Messina NON versa in condizioni strutturalmente deficitarie”. Avete letto bene. Non versa. Peccato che il Rendiconto approvato dallo stesso Consiglio Comunale dica l’esatto opposto. Come si può scrivere in un atto ufficiale che i conti vanno bene, quando i bilanci gridano che vanno male? È la post-verità applicata alla ragioneria: i debiti sono un’opinione, il deficit uno stato mentale.
Perché forzare le norme, rinnovare incarichi fiduciari per tre anni, nominare dirigenti senza concorso, proprio mentre in città si rincorrono le voci di dimissioni del sindaco Basile? Se il Sindaco ha la valigia pronta, perché si preoccupa di blindare la catena di comando? Calabrò lo spiega con la lucidità di chi ha capito il gioco: perché a Messina non si governa per amministrare, ma per occupare.
Insomma, sembra la mossa di chi, mentre la nave affonda, si preoccupa di nominare i nuovi ufficiali di bordo prima di calarsi sulla scialuppa.
E qui torniamo all’opposizione a scoppio ritardato. Perché il PD si accorge ora che i conti non tornano? Quando noi – e con noi la senatrice Dafne Musolino, da due anni in solitaria trincea – denunciavamo che il Sud Innovation Summit (quasi un milione di euro in 3 anni per avere in cambio niente) era “uno spreco di risorse che nulla ha lasciato a Messina”, dov’erano i consiglieri Dem? Quando la Musolino segnalava la questione I-Hub, beccandosi accuse di “sciacallaggio”, loro tacevano. Hanno lasciato che i fondi per le Pmi venissero bruciati in concerti e cotillon, che i soldi di Estate Addosso ed il progetto Fertility restasse quello che è: assistenzialismo spicciolo.
Oggi Antonella Russo ha ragione da vendere quando dice che i fondi PNRR sono “fondamentali anche per la tutela del territorio”, un tema tragicamente attuale dopo i danni del ciclone Harry. Ma dirlo adesso, con il 70% dei fondi ancora nel limbo, il 30 giugno alle porte e un sindaco che pare aver già fatto le valigie, non è opposizione. È l’autopsia di un fallimento a cui hanno assistito in prima fila, senza mai alzarsi dalla poltrona.










Se non ricordo male qualche anno fa tre dirigenti sono stati fatti fuori, praticamente licenziati in tronco perché in esubero (o forse perché di ruolo a tempo indeterminato quindi scomodi) asserendo di poter mandare avanti il comune con soli 5 dirigenti,
Per poi finire così ovvero prendendone altri 4 ma con nomina fiduciaria. Qualcosa non torna