
Il dossier della CGIL smonta pezzo per pezzo la narrazione governativa di un’università «ricca». I numeri dicono altro: il definanziamento è progressivo.

«L’Università si sta restringendo». Non è solo una questione di aule o di numeri, è il venir meno di una promessa: quella di essere leva di emancipazione e ascensore sociale del Paese. È una fotografia nitida e preoccupante quella scattata da Napoli, dall’aula De Sanctis della Federico II, dove la Flc Cgil ha acceso i riflettori su un sistema accademico stretto tra definanziamento cronico e un futuro immediato che assomiglia a un piano inclinato.
A lanciare l’allarme è Gianna Fracassi, segretaria generale della categoria, che chiudendo l’iniziativa «Precarietà, risorse, autonomia: le mani sull’università», mette in guardia su quella che definisce senza mezzi termini la «bolla del Pnrr».
La bomba a orologeria del precariato
Il punto critico è l’eredità dei fondi europei. «Sta per scoppiare la bolla di migliaia di assunzioni legate al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza», spiega Fracassi. Senza un piano strutturato di continuità per atenei ed enti pubblici di ricerca, tra i 35 e i 40mila ricercatori rischiano di vedere interrotto il proprio percorso di ricerca e docenza. Un esercito di cervelli che, scaduti i fondi straordinari, potrebbe trovarsi fuori dalla porta. La precarietà, del resto, è già strutturale: oltre 35mila tra assegnisti, borsisti e docenti a contratto reggono oggi le sorti dell’accademia. «L’università italiana è sottodimensionata – osserva la segretaria – e una fetta di docenza che dovrebbe essere coperta da strutturati viene affidata a precari». Figure che lavorano come dipendenti, ma senza le tutele del welfare.
I conti non tornano: la “finta” ricchezza
Il dossier del sindacato smonta pezzo per pezzo la narrazione governativa di un’università «ricca». I numeri dicono altro: il definanziamento è progressivo. Nel 2024 il Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO) ha subito un taglio reale di oltre 500 milioni di euro; il 2025, nonostante un parziale recupero, lascerà sul terreno un “rosso” di altri 200 milioni. Il paradosso è contabile: con i costi fissi e l’inflazione che corrono, gli atenei sono costretti a usare le risorse destinate al reclutamento per pagare gli aumenti salariali, bloccando di fatto il turnover. «Nel confronto internazionale – attacca Fracassi – l’Italia investe nell’istruzione terziaria solo lo 0,9% del Pil, ben al di sotto della media Ocse».
L’attacco all’autonomia
Ma non è solo una questione di soldi. C’è un tema politico che preoccupa la Cgil: la «compressione dell’autonomia». I segnali, secondo il sindacato, sono evidenti: l’Anvur ricondotta sotto il controllo ministeriale, le ipotesi di revisione del CUN (Consiglio Universitario Nazionale) e l’ingresso di nomine politiche nei Consigli di amministrazione. Nel mirino c’è la legge delega 167/2025, che attribuisce al governo il potere di intervenire per decreto sui cardini del sistema: didattica, stato giuridico e concorsi. «È in corso una discussione opaca – conclude Fracassi – che sembra andare nella sola direzione di comprimere i già scarsi spazi di rappresentanza e democrazia».










