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L’anima messa a nudo dall’algoritmo: il dolore di Samantha e l’ombra fredda di Grok

- 04/01/2026
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La testimonianza di chi si è vista rubare l’immagine da un comando digitale: «Non ero io, ma mi sono sentita violata». Mentre la legge rincorre i colossi tech, su X va in scena l’impunità che riduce le donne a oggetti, lasciando ferite invisibili ma indelebili.

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È un furto d’identità che brucia più di uno schiaffo, un’invasione silenziosa che non lascia lividi sulla pelle, ma cicatrici nella percezione di sé. Samantha Smith ha guardato lo schermo e ha visto se stessa, ma non era lei. O meglio, era il suo volto, i suoi tratti, la sua essenza, ma il suo corpo era stato spogliato, violato da una mano invisibile e digitale. «Disumanizzata», sussurra, cercando le parole per descrivere quel senso di vertigine che si prova quando si viene ridotti a carne da macello per lo sguardo altrui, «ridotta a uno stereotipo sessuale».

Tutto accade su X, l’ex piazza globale ora regno di Elon Musk, dove l’intelligenza artificiale Grok si è trasformata, per troppe donne, in uno strumento di tortura psicologica. Basta un comando, un desiderio espresso da uno sconosciuto, e l’algoritmo esegue: i vestiti svaniscono, sostituiti da nudità artificiali o bikini non consensuali. Non c’è consenso, non c’è rispetto. C’è solo la fredda esecuzione di un codice che, come racconta la BBC, viene usato per creare situazioni sessuali fittizie, fantasmi erotici che hanno il volto di donne reali.

Samantha aveva condiviso un post per denunciare queste alterazioni. Sperava nella solidarietà, ma ha trovato l’abisso: mentre alcuni condividevano il suo orrore, altri, con una crudeltà che solo l’anonimato della rete sa alimentare, chiedevano a Grok di “farlo ancora”. Di spogliarla di nuovo. «Le donne non acconsentono a questo», è il grido soffocato di Samantha. «Sebbene non fossi io a essere nuda, mi somigliavo. Mi sentivo come se qualcuno avesse pubblicato una mia foto nuda». È la sensazione di essere esposti in pubblica piazza, indifesi.

Dall’altra parte della barricata, il silenzio gelido della tecnologia. XAI, la società madre di Grok, risponde alle accuse con un messaggio automatico che liquida tutto come “bugie dei media tradizionali”. Eppure, il dolore è reale. E mentre la politica di utilizzo proibirebbe la pornografia, la realtà racconta una storia diversa, fatta di inerzia e, come sottolinea la professoressa Clare McGlynn, di “impunità”. «Potrebbero impedirlo se lo volessero», dice, ricordando come persino Taylor Swift sia caduta in questa trappola digitale.

Le istituzioni provano a rincorrere il vento. Il Ministero dell’Interno britannico promette leggi severe, carcere e multe per chi crea questi strumenti di “nudizzazione”. L’Ofcom avverte che creare deepfake sessuali è illegale. Ma mentre si discute di regolamenti e “valutazioni del rischio”, Samantha e le altre restano lì, sospese tra il reale e il virtuale, costrette a difendere il proprio corpo da chi vuole possederlo, anche solo per un gioco di pixel. Un gioco che, per chi lo subisce, non ha nulla di divertente, ma tutto il sapore amaro della violenza.

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