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Gli abbandoni di Roccalumera. Il coraggio della Musolino ha disarmato il Rais, sopportandone il fiele: oggi si lascia De Luca sul velluto

- 29/12/2025
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Mentre a Roccalumera il leader incassa i colpi con inedita mitezza, emerge la grandezza dello strappo della senatrice: fu lei, nel momento del massimo fulgore, a subire il linciaggio mediatico per aprire quella via di fuga che oggi, con la nave che imbarca acqua, altri percorrono senza conseguenze

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di GIUSEPPE BEVACQUA

La scena che si è consumata all’interno della casa “politica” di casa De Luca ha il sapore amaro del crepuscolo, quello che cala non solo sul giorno ma sulle ambizioni di chi si credeva invincibile. Nell’Antica Filanda di Roccalumera, tra panettoni e auguri di rito, non si è celebrata una festa, ma si è consumata l’elaborazione di un lutto politico. Cateno De Luca, il condottiero che amava definirsi “Sindaco d’Italia”, si è guardato intorno e ha dovuto ammettere, con una calma che inquieta più delle sue urla, che «qualcosa non sta andando bene».

Non potrebbe dire altrimenti. La sua “Sud chiama Nord” perde pezzi proprio lì, nel salotto di casa. Il vicesindaco Antonio Garufi, l’assessora Natia Basile, la consigliera Antonella Garufi: tutti passati armi e bagagli a Fratelli d’Italia, seguendo la scia di Claudia Gugliotta. Un esodo. E di fronte a questo smottamento, il De Luca furioso di un tempo ha lasciato il posto a un analista quasi zen: «Non abbiamo saputo cogliere i segnali di malessere, la responsabilità è di tutti». Parole misurate, toni felpati, quasi un “mea culpa” pastorale.

Eppure, a chi ha memoria, questa improvvisa saggezza fa specie. Anzi, stride come un gesso sulla lavagna. Perché la “misura” che oggi De Luca riserva a chi abbandona la nave che imbarca acqua è ben diversa dalla furia cieca che riservò a chi ebbe il coraggio di scendere quando quella nave era una corazzata in piena corsa.

Il pensiero corre inevitabilmente a Dafne Musolino. Quando la senatrice decise di affrancarsi, l’allora “Imperatore delle due Sicilie”, tronfio di consensi e di arroganza, non cercò “segnali di malessere” né fece autocritica. Scatenò l’inferno. Non fu una rottura politica, fu un linciaggio. Lancia in resta, aizzò la sua base contro la donna prima ancora che contro la politica, valicando il confine del decoro con la pubblicazione di foto private, tentando maldestramente di metterla in cattiva luce sul piano personale. Un metodo squadrista, indegno di chi ricopre ruoli istituzionali.

La Musolino ebbe la colpa imperdonabile di vedere il Re nudo quando tutti ne lodavano le vesti. Scese dal carro del vincitore — atto di coerenza rara in un Paese di saltatori sul carro — e pagò quel coraggio con la moneta del fango. Oggi, chi lascia De Luca lo fa mentre il consenso evapora e i soldi scarseggiano, un’operazione certo più comoda. Eppure, per questi ultimi c’è la comprensione, l’autoriflessione del leader ferito. Per la Musolino ci fu solo il fiele, nonostante molta della fortuna politica di allora del “rais” della prima ora, era dovuta al lavoro svolto proprio dalla sua ex assessora. Ma quel bagaglio De Luca non seppe capitalizzarlo, così come il risultato elettorale del 2022.

La vita, si sa, è maestra severa e insegna a colpi di maglio. In politica, come nell’esistenza, tutto torna indietro. Il bene, talvolta. Il male, sempre. De Luca oggi raccoglie i cocci del suo impero con un’umiltà tardiva che non cancella la vergogna di ieri. Così, chi oggi gode di un’uscita “morbida” deve ringraziare le spalle larghe di chi, tempo fa, ha fatto da scudo e ha tracciato la strada, dimostrando che si può esistere e resistere anche senza il “Rais”.

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