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I CONTI DEL RETTORE, L’ACCUSATORE SOLITARIO E L’ASINO DA 600 EURO

- 26/11/2025
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La Finanza blocca 2,4 milioni: i fondi per la ricerca finivano nell’azienda di famiglia e nelle gare di equitazione. Confermate le denunce del sindacalista Todaro sui “rimborsi d’oro”, mentre Roma premiava l’ex Magnifico con una consulenza.

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I nodi, alla fine, vengono sempre al pettine. E per Salvatore Cuzzocrea, ex magnifico rettore dell’Università di Messina ed ex presidente della Crui, il pettine ha i denti affilati della Guardia di Finanza. Il conto presentato è salato: due milioni e quattrocentosessantamila euro sequestrati. Ma questa storia non inizia oggi. Inizia con un uomo solo che, carte alla mano, aveva deciso di rompere il silenzio.

Todaro
Paolo Todaro

Si chiama Paolo Todaro, è un sindacalista della UIL, ex membro del Senato Accademico. Nell’ottobre del 2023, mentre Cuzzocrea parlava di “macchina del fango” (qualche giornale anche di “polverone”) e difendeva il suo operato citando Stanford e la ricerca d’eccellenza, Todaro faceva i conti della serva. E i conti non tornavano.

Fu lui a scoperchiare il vaso di Pandora. Scrisse a tutti: alla Procura, alla Corte dei Conti, all’Anac. Prese carta e penna e si rivolse direttamente a Roma, alla premier Giorgia Meloni e ai ministri Giorgetti e Bernini, chiedendo una verifica ispettiva che odorava già di sentenza. “Oltre due milioni di euro di rimborsi in cinque anni“, denunciava Todaro. Una media di 40mila euro al mese, con picchi che sfioravano i 70mila. Cifre da capogiro, che il sindacalista definì senza mezzi termini “rimborsi d’oro“, chiedendosi come fosse umanamente possibile spendere quasi duemila euro al giorno per la ricerca, sabati e domeniche esclusi.

Tra le carte spuntavano dettagli che sembravano usciti da una commedia all’italiana, se non fosse che i soldi erano pubblici. Come quella fattura da 600 euro per “spostare un asino”. O le spese agricole per la “Divaga srl“, l’azienda di famiglia amministrata dalla madre e dalla moglie. Cuzzocrea replicò sdegnato, rivendicando la correttezza delle spese e parlando di fondi privati, ma la valanga era ormai partita. Si dimise poche settimane dopo, travolto da quel “polverone” che oggi si rivela essere una montagna di accuse circostanziate.

L’indagine della Procura di Messina, guidata da Antonio D’Amato, ha ora confermato quei sospetti. I soldi destinati al dipartimento “ChiBioFarAm” finivano altrove. Non nei laboratori, ma nei maneggi. I magistrati hanno ricostruito un sistema di viaggi e missioni che coincidevano, guarda caso, con concorsi ippici. Hanno trovato scontrini per materiale elettrico e idraulico usati per ristrutturazioni private. Hanno persino dovuto scomodare le autorità di Svizzera, Stati Uniti e Inghilterra per smascherare fatture estere “aggiustate”.

E poi c’è l’aspetto più amaro, quello che ferisce la fiducia. I bonifici dei ricercatori: duecentodiecimila euro che giovani studiosi giravano al rettore, con firme sulle richieste di rimborso che si sono rivelate false. Un sistema feudale, se confermato, dove il “padrone” disponeva anche delle firme dei suoi sottoposti.

L’epilogo ha il sapore della beffa. Nonostante le denunce di Todaro fossero sul tavolo da mesi, nell’agosto del 2024 la ministra Bernini – la stessa a cui il sindacalista aveva scritto – aveva nominato Cuzzocrea consulente del ministero e membro della commissione Via-Vas.

A Messina la storia si ripete con una crudeltà circolare. Anche il padre di Salvatore, Diego, lasciò il rettorato tra le polemiche negli anni Novanta. Oggi tocca al figlio, che deve rispondere di peculato e di una gestione che ha trasformato l’ateneo in un affare di famiglia. Aveva ragione quel sindacalista ostinato: non era fango, e neanche “polverone”, erano fatti.

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