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Il bollettino giudiziario di Fratelli d’Italia in Sicilia: dopo Pisano l’elenco si allunga. E la giunta Schifani finisce in ostaggio all’Ars

- 01/04/2026
sala stampa ars regione

Il partito di Giorgia Meloni sull’Isola è travolto dalle inchieste — da Razza alla Amata fino a Galvagno — e resta commissariato da Roma. Intanto Tajani vieta l’ingresso in giunta ai cuffariani inquisiti: il governatore va in tilt, scarica le colpe dei mancati controlli sui burocrati

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Fino all’altro ieri pomeriggio, Lillo Pisano passeggiava per il Transatlantico di Montecitorio ostentando la flemma rassicurante dell’uomo probo. Poi è arrivato l’ennesimo scivolone giudiziario sulla gestione dei fondi pubblici a trasformarlo nell’ultimo — solo in ordine rigorosamente cronologico — dei grattacapi per Giorgia Meloni. Al di qua dello Stretto, infatti, i “Fratelli di Sicilia” sembrano aver scambiato il partito per una succursale del casellario giudiziario, ergendosi a spina nel fianco prediletta della premier.

La lista dei patrioti sotto la lente dei magistrati è un capolavoro di garantismo a targhe alterne. Da Carlo Auteri, recentemente folgorato sulla via della Dc cuffariana: coinvolto (pur senza indagini a carico) nel pasticciaccio dei fondi pubblici elargiti alle associazioni di famiglia, ma in compenso indagato per le minacce a Ismaele La Vardera, a Ruggero Razza, già assessore alla Salute e oggi comodamente parcheggiato all’Europarlamento, a processo per l’ormai celebre “spalmatura” dei dati Covid.

galvagno fb5
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Poi ci sono i vertici istituzionali, quelli che dovrebbero dare il buon esempio: il presidente dell’Ars, Gaetano Galvagno, accusato di peculato, e l’assessora al Turismo, Elvira Amata, su cui pende una soave richiesta di rinvio a giudizio per corruzione. A chiudere la sfilata c’è il deputato Luca Cannata, attenzionato per un flusso di denaro fantasma non tracciato. E siccome non ci si fa mancare nulla, vale la pena ricordare le glorie passate e recenti finite sotto i riflettori: da Manlio Messina, ex assessore al Turismo (oggi deputato) sfiorato (non indagato) dallo scandalo dell’affidamento diretto per lo shooting a Cannes, all’eurodeputato Giuseppe Milazzo, finito a processo (e poi assolto) per le vicende dell’Iacp di Palermo. Insomma, i consensi crescono, ma pure le parcelle degli avvocati.

Un bollettino di guerra che ha costretto i vertici romani a commissariare il partito siciliano, spedendo sull’Isola il fedelissimo Luca Sbardella. Il quale, dopo la batosta del referendum, avrebbe tentato la fuga rimettendo il mandato. Tentativo fallito: mandato confermato e Sbardella condannato a restare.

I turbamenti di Forza Italia e lo scaricabarile di Schifani

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Se a Destra piangono, al Centro non ridono. In casa Forza Italia le acque sono agitate dalla gestione un po’ troppo allegra della legislatura da parte di Renato Schifani. Il leader Antonio Tajani ha dovuto alzare la cornetta per dettare la linea e intimare un cambio di passo: nell’imminente rimpasto, il diktat impone di tenere la porta chiusa ai nuovi indagati. Un’idea rivoluzionaria, da quelle parti. Il veto da Roma è scattato puntuale contro un ritorno in grande stile dei cuffariani in giunta, in primis su Ignazio Abbate, da mesi in rampa di lancio come papabile assessore in quota Dc.

In questo clima da tregenda, cosa s’inventa Schifani? Convoca i dirigenti generali della Regione intimando «più controlli per prevenire illeciti». La solita, intramontabile tecnica dello scaricabarile: la politica fa i pasticci e la colpa è dei burocrati che non controllano, ai quali si chiede l’assunzione di responsabilità che la maggioranza dovrebbe esigere da se stessa.

Poi, per non farsi mancare il brivido dell’inciucio, il governatore si attacca al telefono per precettare personalmente i deputati e blindare il voto sulle variazioni e sul bilancio consolidato a Palazzo dei Normanni. E mentre i cuffariani Carmelo Pace e Ignazio Abbate disertano scientemente l’aula per mandare un chiaro e inequivocabile pizzino istituzionale sulle nomine, chi spunta all’orizzonte con una flebile ma provvidenziale apertura al centrodestra? Cateno De Luca. Perché in Sicilia, quando i voti della Dc scarseggiano per i capricci di palazzo, c’è sempre un Sud chiama Nord pronto a lanciare la scialuppa di salvataggio. Rigorosamente a modico prezzo politico.

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