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Appalti, mazzette e l’ombra di Messina Denaro: il Riesame blinda l’inchiesta sulla Regione

- 01/04/2026
vetro aveni lombardo

Confermati il carcere per l’ex dirigente Teresi e il boss Vetro, e il sequestro di 70mila euro all’ex manager Iacolino. Domiciliari per il funzionario Mangiapane, incastrato dalle intercettazioni: «Vuole quindici, pare che siamo alla fiera».

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L’impianto accusatorio della Procura di Palermo regge al vaglio del Tribunale del Riesame. Lo tsunami giudiziario che ha investito i dipartimenti regionali delle Infrastrutture e della Sanità si consolida con la conferma delle misure cautelari per i protagonisti di un presunto intreccio tra mafia, burocrazia e colletti bianchi. Restano in carcere l’ex dirigente regionale alle Infrastrutture, Giancarlo Teresi, e il boss di Favara, Carmelo Vetro (al quale i giudici hanno annullato esclusivamente la contestazione relativa alla detenzione illegale di due fucili).

Conferma pesante anche per l’ex europarlamentare ed ex manager della sanità siciliana Salvatore Iacolino, indagato per concorso esterno in associazione mafiosa: il Tribunale ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato dai suoi legali, blindando di fatto il sequestro preventivo di oltre 70mila euro in contanti, rinvenuti durante una perquisizione.

L’appalto di Selinunte e l’infiltrazione mafiosa

Al centro delle indagini condotte dalla Dia, dalla Sisco e dalla Squadra Mobile di Trapani, spicca la gestione di un appalto specifico: la rimozione della posidonia dal porticciolo di Marinella di Selinunte. I lavori, eseguiti tra aprile e giugno del 2022, prevedevano lo stoccaggio delle alghe all’interno del Polo Tecnologico di Castelvetrano.

È proprio monitorando questo cantiere che gli investigatori hanno documentato una presenza dal forte peso criminale: quella di Giovanni Filardo, cugino del boss stragista Matteo Messina Denaro e già gravato da condanne per mafia. Secondo la ricostruzione dei pubblici ministeri, le operazioni di movimentazione della posidonia sarebbero state affidate in via del tutto informale all’impresa di Matteo Filardo, società che però, di fatto, sarebbe stata gestita in prima persona dal fratello Giovanni.

Le mazzette trattate “come al mercato”

Ad orchestrare l’affidamento, fungendo da cerniera tra i cantieri e Cosa Nostra, ci sarebbe stato l’imprenditore di Barcellona Pozzo di Gotto Giovanni Aveni, considerato dagli inquirenti il socio occulto del boss Carmelo Vetro. È proprio una conversazione intercettata di Aveni, risalente a due anni fa, a rappresentare la prova regina delle accuse di corruzione.

L’imprenditore viene ascoltato mentre si lamenta apertamente delle pretese economiche avanzate da Francesco Mangiapane, funzionario regionale e all’epoca Responsabile Unico del Procedimento (Rup) per l’appalto di Selinunte. Le parole di Aveni descrivono un sistema corruttivo spregiudicato, in cui le tangenti venivano contrattate come merce su una bancarella: «Quello là sopra… il direttore dei lavori… vuole quindici… minchia, pari chi semu a fera!!! Di cui dieci glieli ho dati prima di ferragosto…».

A seguito degli interrogatori preventivi di garanzia, il gip di Palermo ha accolto le richieste di misura cautelare formulate dalla Procura per questo filone specifico dell’inchiesta: il giudice ha disposto gli arresti domiciliari per il funzionario regionale Mangiapane e la sospensione dall’attività d’impresa per la durata di un anno a carico di Aveni.

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