28 views 4 min 0 Comment

Strage dei Nebrodi, 50 giorni dopo la mattanza: un indagato a piede libero e il reperto chiave nel fucile

- 18/03/2026
Foto CanaleSicilia

A Montagnareale tre cacciatori uccisi a fucilate. La confessione inutilizzabile del “quarto uomo”, l’attesa per le perizie balistiche e l’ultimo fotogramma che potrebbe incastrare il killer.

Sono passati quasi due mesi dalla tragica mattina del 28 gennaio nel bosco di contrada Caristia, a Montagnareale. Cinquanta giorni senza un colpevole, ma con un indagato a piede libero. Il bilancio di quello che doveva essere un normale mercoledì di caccia sui Nebrodi è spaventoso: tre morti a terra nel fango, l’anziano Antonio Gatani e i fratelli Davis e Giuseppe Pino, tutti falciati a colpi di arma da fuoco.

La dinamica dell’orrore è ormai tracciata dagli inquirenti, ma manca l’ultimo tassello procedurale per far scattare un’eventuale misura cautelare. Il compagno di battute di Gatani e unico sopravvissuto A.S., 50 anni, è stato indagato già la notte successiva agli omicidi dal procuratore di Patti, Angelo Vittorio Cavallo, e dalla sostituta Roberta Ampolo. Il bracciante agricolo continua a vivere da libero cittadino.

La confessione a metà e la retromarcia

Il nodo centrale dell’inchiesta ruota attorno a un lungo interrogatorio notturno. Convocato in caserma la sera stessa — dopo che i corpi erano stati scoperti per caso da un giovane in sella a una moto da cross — il cinquantenne si era presentato senza avvocato come persona informata sui fatti. Incalzato dalle domande, aveva ceduto, ammettendo di aver partecipato alla sparatoria e di aver aperto il fuoco contro Davis, il più giovane dei fratelli.

Una confessione dirompente ma, per la legge, inutilizzabile senza le dovute garanzie difensive. Nel momento esatto delle prime ammissioni, i pm hanno interrotto l’escussione, iscritto l’uomo nel registro degli indagati e nominato un legale d’ufficio. Da quell’istante è sceso il silenzio. Riconvocato una decina di giorni dopo, affiancato dai difensori di fiducia Filippo Barbera e Tommaso Calderone, A.S. si è avvalso della facoltà di non rispondere.

L’effetto domino e l’attesa per i Ris

Senza una confessione valida, la Procura si affida interamente alla scienza. Da settimane si attendono gli esiti dei laboratori dei carabinieri del Ris di Messina:

  • Le analisi balistiche: si cercano riscontri incrociati sulle armi sequestrate all’indagato, sui reperti rinvenuti nel bosco e sui proiettili estratti dai corpi.
  • Le tracce di sparo: si analizza il tampone per i residui di polvere da sparo effettuato sul cinquantenne e sui suoi indumenti la sera del primo interrogatorio.

Gli elementi finora raccolti suggeriscono un fatale effetto domino, compatibile con le autopsie e con la disposizione dei cadaveri, caduti quasi in fila indiana a trenta metri di distanza l’uno dall’altro. L’ipotesi più accreditata è che la tragedia sia iniziata con un errore di Gatani, che avrebbe sparato tra i cespugli uccidendo Giuseppe Pino credendolo un cinghiale. Accecato dallo choc e dal dolore, Davis avrebbe reagito freddando l’anziano. A quel punto sarebbe entrato in scena il quarto uomo, A.S., che avrebbe fatto fuoco su Davis da distanza ravvicinata prima di darsi alla fuga.

Il mistero della telecamera

A far tremare la difesa c’è però un ultimo dettaglio su cui gli inquirenti mantengono il massimo riserbo. Davis Pino aveva una piccola telecamera montata sul fucile. La memoria del dispositivo è attualmente al vaglio del Ris per una copia forense. Se l’obiettivo era acceso, quegli ultimi istanti potrebbero aver catturato non solo il caos della sparatoria, ma l’esatta sequenza dell’agguato, fornendo la prova inconfutabile per chiudere un’indagine aperta da cinquanta giorni.

WhatsApp vds