L’ex deputato risponde alle accuse del leader politico snocciolando i finanziamenti della Prima Repubblica: «Costruimmo centinaia di alloggi, ma l’amministrazione locale assegnò le nuove case senza abbattere le vecchie baracche. Altro che disimpegno romano».
A Cateno De Luca, l’uomo che sussurra alle ruspe e urla ai megafoni, piace credere – e far credere – che la storia di Messina sia iniziata con lui. Prima del suo avvento, il nulla cosmico: “decenni di parlamentari nullafacenti, scaldapoltrone disinteressati al dramma delle baracche“. Peccato che la narrazione del leader politico si scontri con un ostacolo fastidioso: i fatti e i documenti. A rinfrescargli la memoria ci ha pensato Dino Madaudo, deputato socialdemocratico di lungo corso e più volte sottosegretario negli anni Ottanta, che con l’eleganza ruvida di chi i ministeri li ha frequentati per davvero, ha smontato pezzo per pezzo la favoletta del “nessuno ha mai fatto niente prima di me“.

Madaudo si rimprovera una sola cosa: non aver regalato a De Luca una copia del suo libro Memorie di vita e politica. Fosse arrivato a pagina 124, al capitolo “Pioggia di miliardi su Messina“, si sarebbe risparmiato l’ennesima intemerata.
Siamo negli anni Ottanta. Il Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economica) decide di spartire 1.000 miliardi di lire di mutui agevolati tra 28 Comuni italiani per l’emergenza abitativa, escludendo clamorosamente Messina. L’allora sindaco Antonio Andò chiama a raccolta i parlamentari. Madaudo va dritto da Franco Nicolazzi, all’epoca Ministro dei Lavori Pubblici, e gli fa notare un dettaglio non da poco: Messina è quinta in Italia per deficit abitativo, pagando ancora le conseguenze del 1908. Il ministro, di fronte all’evidenza dei dati storici e sociali, si rifiuta di controfirmare la delibera del Cipe.
Da quel momento, mentre oggi si fa a gara a chi urla più forte in diretta streaming, all’epoca si portavano a casa i risultati. Tramite Cipe e Cer (Comitato per l’edilizia residenziale), sullo Stretto arrivano fiumi di denaro pubblico per autostrade, reti idriche e fognanti, e soprattutto per il piano “Risanamento” (demolizione baracche e costruzione alloggi popolari tra Fondo Lauritano, Rione Taormina, Villaggio Aldisio, Annunziata Alta).
Ecco il pallottoliere, per chi avesse smarrito il conto di quegli anni:
- 27 miliardi e 235 milioni di lire (nel 1982) per l’edilizia nelle zone Nord (Annunziata) e Sud (Galati Marina).
- 3 miliardi e 100 milioni di lire per opere igienico-sanitarie a Taormina, Letojanni e Giardini Naxos, con contestuale e storica abolizione della gabella del pedaggio Bordonaro-Gazzi.
- 8 miliardi e 800 milioni di lire (nel 1984, firmati da Nicolazzi dopo una visita a Messina) per l’urbanizzazione a Santa Lucia sopra Contesse.
- 100 miliardi di lire strappati da Madaudo per la Grande Viabilità in Sicilia (inizialmente del tutto esclusa dalla ripartizione della Camera), dirottati interamente sulla tratta autostradale Sant’Agata Militello-Santo Stefano di Camastra (A20).
- 30 miliardi di lire (Fondo Fio, con il ministro Romita) per il completamento dell’Ospedale Papardo.
- Oltre 27 miliardi di lire complessivi in tranche successive per costruire e acquistare alloggi, sotto i ministeri Nicolazzi e Ferri.
Il vero scandalo: il capolavoro del Comune
Il colpo di grazia alla retorica del disimpegno romano? I soldi c’erano, e vennero spesi. Furono costruiti 400 alloggi per giovani coppie, anziani e categorie protette. Ma cosa fece l’amministrazione locale di Messina al momento di assegnare i nuovi tetti? Il capolavoro dell’assurdo: consegnò le chiavi delle case nuove, ma non fece abbattere le baracche svuotate.
Risultato? Le baracche vennero immediatamente rioccupate da nuovi nuclei familiari, perpetuando il cancro urbano fino ai giorni nostri. Roma i soldi li mandava, eccome. I parlamentari si spendevano “nell’assoluto silenzio e senza sbandieramenti“, come ricorda oggi Madaudo. A fare cilecca fu l’incapacità gestionale locale. Una lezione di storia puntuale, che forse De Luca farebbe bene a studiare prima di impugnare il prossimo megafono.




