
Da censore dell’opposizione a improvvisato paladino del bon ton istituzionale: la metamorfosi dell’uscente presidente del Consiglio tradisce il panico del “cerchio magico” di Basile per la corsa di Marcello Scurria. Tra microfoni staccati ai consiglieri e biasimi alla stampa, le fragili lezioni di democrazia di chi teme di perdere il controllo di Palazzo Zanca.

di GIUSEPPE BEVACQUA
Ci voleva l’iperbole – scivolosa e politicamente infiammabile – di Matilde Siracusano per far scoprire a Nello Pergolizzi un’insospettabile vocazione da padre costituente. Improvvisamente, dinanzi a quel “vinciamo contro questa dittatura” pronunciato in videochiamata dalla sottosegretaria di Stato messinese, l’ormai prossimo ex presidente del Consiglio Comunale di Messina sveste i panni del mastino di maggioranza e indossa il tocco accademico, dispensando lezioni di galateo istituzionale e storia contemporanea.
Leggere la sua nota di censura è un’esperienza quasi mistica. Parla di democrazia che si esercita nelle urne, di rispetto delle regole e di confronto politico necessario. Parole inappuntabili, da scolpire nel marmo di Palazzo Zanca. Peccato per il pulpito da cui arriva la predica e, soprattutto, per il probabile movente di questa indignazione a orologeria.
L’incursione di Pergolizzi tradirebbe, ma è solo la nostra opinione, lo spiazzamento e il timore scaturiti dall’investitura di Marcello Scurria a unico candidato del centrodestra. Oltre le liturgie e le benedizioni di rito, Scurria rappresenta oggi l’avversario più temuto in assoluto da Sud chiama Nord e dal sindaco Federico Basile. Il motivo è cristallino: conosce intimamente uomini, cose e cerchi magici di chi governa Messina da quasi otto anni. È la figura che sa leggere nelle pieghe di un potere che ora si sente vulnerabile e braccato.
A tessere le lodi del confronto “necessario”, del resto, è lo stesso Pergolizzi che non ha esitato a togliere brutalmente la parola in Aula a Gaetano Sciacca, reo di aver acceso i riflettori sui mancati interventi di messa in sicurezza del territorio. Un allarme profetico, i cui frutti avvelenati sono oggi impressi nei danni subiti dai villaggi delle Masse. Evidentemente, nel vocabolario istituzionale dell’amministrazione, la sacra democrazia può tranquillamente cedere il passo al pulsante che stacca il microfono quando l’argomento sfiora i nervi scoperti della giunta.
Fa poi sorridere il richiamo all’ordinamento repubblicano in un contesto segnato dalle dimissioni anticipate e del tutto immotivate di Basile, un cinismo politico che ha gettato la città in una campagna elettorale fuori stagione. Ma l’apoteosi dell’ipocrisia si raggiunge sul richiamo all’abbassamento dei toni. Questa amministrazione ha fatto dell’intolleranza patologica alla critica la propria regola. Per anni, l’opposizione e la stampa non allineata sono state accolte non nel merito delle questioni, ma con levate di scudi e aggressioni verbali dove il termine più elegante riservato a chi faceva domande è stato “sciacalli”.
La Siracusano avrà anche forzato la mano con un termine storicamente tragico. Ma sentirsi fare la morale sulle regole democratiche da chi silenzia i consiglieri scomodi e trema di fronte a chi conosce i segreti del palazzo, è l’essenza di una politica che usa le istituzioni come clava, ignorandole sistematicamente quando si tratta di applicarle a se stessa.








