
Schizofrenia collettiva: solidarietà pelosa per gli affari di Mediaset e odio cieco contro famiglie distrutte. Intanto a Torino si tocca il fondo: Davide muore a 19 anni sull’asfalto, circondato non da soccorritori, ma da avvoltoi che gli svuotano le tasche.


di GIUSEPPE BEVACQUA
Se qualcuno avesse ancora il coraggio di chiedersi se l’umanità sia morta, la risposta è no: è stata direttamente cremata e le ceneri disperse nel grande scarico fognario dei social network. Viviamo in un Paese a corrente alternata, affetto da una schizofrenia morale da manuale psichiatrico. Da una parte ci sono le plebi del web pronte a immolarsi per Fabrizio Corona, martire della libertà di stampa (ma solo quando deve scoperchiare le lenzuola altrui in casa Mediaset), urlando al bavaglio e alla censura. Dall’altra, quello stesso tribunale del popolo, con la bava alla bocca, non esita a macellare due genitori colpevoli di un solo “reato”: aver messo al mondo un figlio che ha ucciso la moglie.
Parliamo del caso di Claudio Carlomagno, un nome imperiale per una miseria umana indicibile. Il figlio uccide, orrore puro. Ma i genitori? Hanno cresciuto due figli allo stesso modo. Uno è un assassino, l’altro no. La responsabilità penale, in teoria, sarebbe personale, ma nell’Italia del linciaggio preventivo la colpa ricade sui padri e sulle madri, schiacciati dalla maldicenza e dalla ferocia di chi, non sapendo con chi prendersela, spara nel mucchio.
Ma non illudiamoci che questo imbarbarimento sia confinato nel recinto virtuale di Facebook o X. Il virus è uscito dallo schermo e passeggia per le nostre strade. La faccia reale del “nuovo umanesimo”, ieri la si è vista a Torino, quartiere San Salvario, ore 5 del mattino.
Lì, sull’asfalto di via Nizza, c’è Davide Borgione, 19 anni, studente, rapper per passione col nome di “Borgi”. Scivola con la bici elettrica, batte la testa. È a terra, agonizzante. L’orrore è ripreso dall’occhio impietoso e gelido di una telecamera che ha visto ciò che nessun essere umano vorrebbe vedere. Passano due ventenni. Coetanei. La logica vorrebbe che si fermassero, chiamassero il 118, gli tenessero la mano. Macché. Si chinano come avvoltoi, ma non cercano il battito cardiaco: cercano il portafogli. Glielo sfilano e scappano, lasciandolo lì a morire.
Non basta. Passa un’auto, guidata da un altro giovane. Lo urta. Non frena, non esita, non si chiede cosa fosse quel “dosso” umano. Tira dritto. Davide morirà in ospedale, lasciando un padre, Fabrizio, già devastato dalla perdita di un altro figlio due anni fa per un infarto fulminante a soli 35 anni. “Mi ha salutato e ha sorriso”, ricorda di Davide l’uomo in lacrime. Quello che ha trovato dopo non è stato un sorriso, ma lo sfregio di una generazione (e di una società) che di fronte a un corpo a terra vede solo un’occasione di profitto o un ostacolo alla viabilità.
I tre “bravi ragazzi” sono stati identificati. Omissione di soccorso, furto. In Procura c’è un fascicolo per omicidio stradale ancora a carico di ignoti, ma il verdetto morale è già scritto ed è inappellabile. La solidarietà è morta, sepolta sotto la pioggia di Torino e gli insulti sui social.
Non siamo più esseri umani: siamo algoritmi programmati per l’indifferenza o, peggio, per lo sciacallaggio. Resta solo un’aria ammorbata di violenza gratuita, dove l’unico imperativo è salvarsi la pelle (e riempirsi le tasche), calpestando chiunque cada. Se la realtà sta diventando più crudele dei social, noi stiamo imparando ad essere anche peggio.










