
Il vero motivo della retromarcia non è l’amore per la città, ma il terrore (politico) di non saper rispondere all’unica domanda che conta: “Perché dimettersi senza motivo e infliggere a Messina il quinto commissariamento in 23 anni?”.


di GIUSEPPE BEVACQUA
Dunque ne prendiamo atto. Noi giornalisti, quella brutta razza che ha il vizio di riportare ciò che accade anziché ciò che conviene al potere, ne prendiamo atto con la doverosa contrizione. Cateno De Luca ha fatto marcia indietro. Le dimissioni di Federico Basile, ventilate, sussurrate, apparecchiate nei corridoi di Palazzo Zanca, sono svanite. Puff. Ne prendiamo atto, beninteso, con la clausola di salvaguardia tipica delle latitudini sicule: a meno che, esattamente come il vento di scirocco che sta per flagellare lo Stretto, tutto non cambi di nuovo tra cinque minuti per un improvviso sbalzo d’umore del “Profeta“.
Ma il punto non è il dietrofront, che in politica è l’unica ginnastica praticata con costanza. Il punto è che De Luca, fiutata l’aria, ha capito che non avrebbe saputo rispondere alla domanda delle domande. Quella che, in una ipotetica campagna elettorale anticipata, lo avrebbe perseguitato dal primo caffè mattutino all’ultimo comizio serale: “Scusate, ma perché dimettersi da sindaco senza motivo alcuno, riconsegnando Messina al quinto commissariamento in soli 23 anni?”.
Non avrebbero saputo cosa rispondere, né lui né il suo vicario Basile. E la sfilza di conferenze stampa convocate per dimostrare che “loro“, i sindaci, “lo sanno fare“, si sarebbe trasformata nell’aggravante specifica, nella cosiddetta “pistola fumante“. Sarebbe stato francamente troppo, persino per una città che ne ha viste di tutti i colori e che ha sviluppato gli anticorpi a tutto, tranne che alla presa in giro reiterata (ma stanno sviluppando anche questi).
Così il “tuono” di De Luca da Caltagirone (di fronte ad una platea non proprio “oceanica”) non è una strategia: è un passo indietro tout court. Nient’altro. Il tentativo maldestro di spacciarlo per “invenzione” dei giornalisti cattivi regge quanto la narrazione di una Messina “eccellente“. Basta farsi un giro per la città reale, non quella delle dirette Facebook: cantieri avviati e poi mummificati, fondi persi e restituiti al mittente con tante scuse, periferie che paiono scenari post-bellici e villaggi collinari abbandonati al loro destino. E, ça va sans dire, tutto questo accade mentre incombe un’allerta meteo con onde di sette metri e i nostri eroi, invece di ascoltare la paura dei residenti delle Masse, hanno scelto il ritiro “spirituale” a Caltagirone.

Insomma, De Luca “il Profeta” torna indietro e gela le voci che davano per pronte le “relazioni di fine mandato” e le dimissioni “tra dieci giorni“. Cos’è successo nel frattempo? Forse hanno inciso quei sondaggi commissionati in gran segreto e non si sa da chi, in cui si chiedeva a un robusto campione di messinesi: “Quanto vi piace Basile? Lo rivotereste?“. Ovviamente i resoconti non li vedremo mai (se fossero stati trionfali li avremmo già sui manifesti 6×3), ma l’aria che tira è tangibile: il consenso è cambiato. La quota Basile è in ribasso.
Ed evidentemente il “Profeta” ha profetizzato che l’aria non è buona, che la sciroccata elettorale potrebbe travolgerlo, ed è meglio tirare i remi in barca. Non prima, ovviamente, di dare la colpa alla stampa per quello che era ben più di una voce di corridoio.
Se la profezia è giusta, a De Luca ora toccherà l’impresa più ardua: correre per riconquistare Messina mentre contemporaneamente correrà e continuerà a rincorrere il sogno (o l’ossessione) di diventare Presidente della Regione Sicilia. Una doppia corsa a ostacoli, oggi più alta di ieri, nonostante i panni di Don Luigi Sturzo indossati ma non “autorizzati” dal compianto e storico ex Senatore, e le dichiarazioni di “appattamento” con Pd e M5S, che sono mera espressione di singoli a titolo personale, ma che bastano a strappare un titolo sui giornali.
Intanto, sulla “rivoluzione” deluchiana e sui risultati del “conclave” di Caltagirone, non si legge nulla di rilevante. Silenzio assordante. Resta solo il rumore della retromarcia.











