
La Corte dei Conti smaschera i mitomani dell’Isola: la Regione sbaglia a contare i soldi e i Comuni puntano tutto sulla “digitalizzazione” (di sta ceppa), ma non sanno manco quando aprono i cantieri.


di “A te e famiglia“
Con tutti i guai che abbiamo, ci tocca pure sorbirci la fanfara dei noti mitomani di governo che, tra un complotto immaginario e l’altro, passano il tempo a spiegarci che l’Italia corre, che il Pnrr è un successo planetario e che l’Europa ci guarda con l’invidia di chi non ha la fortuna di essere governato dai patrioti. La tentazione è rispondere: senti, fenomeno, vacci tu nei cantieri a vedere se le gru si muovono o se sono ferme in attesa del messia; e spiegalo tu ai sindaci che devono anticipare i soldi perché Roma non paga. Ma sarebbe inutile, perché quelli continuerebbero a rompere i timpani sventolando slide colorate dove tutto va ben, madama la marchesa.
Per fortuna, a rovinarci la digestione – o meglio, a rovinarla a loro – ci pensa la Corte dei Conti (che Dio la conservi, finché non aboliranno pure quella per lesa maestà). I magistrati contabili hanno scodellato il referto aggiornato all’agosto 2025 e i numeri, quelli veri, hanno la sgradevole abitudine di non fregarsene nulla della propaganda.
Il dato è questo: su quasi 61 miliardi di risorse necessarie, ne abbiamo impegnati il 59%. Bene, bravi, bis. Peccato che “impegnare” non significhi “spendere”. È come quando prenoti le vacanze alle Maldive ma non hai ancora tirato fuori un euro: sulla carta sei un signore, in banca sei un barbone. I pagamenti effettivi, infatti, arrancano sotto il 30%. Se consideriamo solo i soldi del Pnrr vero e proprio, siamo al 32%. In pratica, a due terzi del cammino temporale, abbiamo realizzato un terzo delle opere. Un trionfo.
Ma il bello viene quando si va a vedere cosa non stiamo facendo. I dati, ci dicono i giudici con quel loro linguaggio felpato che nasconde mazzate tremende, confermano un avanzamento da bradipo zoppo (30,1%) proprio sui lavori pubblici, che sono la ciccia del Piano (40 miliardi). E perché? Per la “complessità realizzativa”. Ma va? Chi l’avrebbe mai detto che costruire ponti, scuole e ferrovie fosse più difficile che fare un post su Facebook? In compenso siamo fortissimi nell’acquisto di beni (45%) e servizi. Ovvio: comprare le scrivanie è facile, costruirci l’ufficio attorno un po’ meno.
Ora, dopo averci rotto i cabbasisi con la “sinergia istituzionale”, scopriamo pure che i Comuni – che si sono caricati sulla gobba il record di progetti (oltre 63mila) – stanno facendo da banca allo Stato. Hanno anticipato di tasca loro 3,2 miliardi di euro perché i trasferimenti da Roma arrivano con la velocità di un regionale nell’ora di punta. Se un’azienda privata lavorasse così, i libri in tribunale li avrebbe portati l’altro ieri. Qui invece si parla di “disallineamenti”.
E veniamo alle note dolenti, anzi dolentissime: la Sicilia. Qui il capolavoro della mitomania raggiunge vette di comicità involontaria. La Corte ci informa che la Regione punta su “interventi strategici” come i nuovi treni a trazione elettrica o a idrogeno. Avete capito bene: l’idrogeno. In una terra dove su certe tratte si viaggia ancora a gasolio (quando si viaggia) e i binari sono un reperto archeologico, noi compriamo i treni del futuro. Che probabilmente andranno a idrogeno, sì, ma spinto a mano.
Non basta. La Sezione di controllo ci regala perle su certi comuni, tipo Aci Castello e Favara, dove le “fasi di monitoraggio” presentano “lacune”. Che tradotto dal giuridichese significa: non sanno manco quando iniziano e quando finiscono i lavori. Date previste? Boh. Date effettive? Chissà. Intanto però spendono tutto in “digitalizzazione e innovazione” (dal 42 al 65% dei fondi). Il paese cade a pezzi, ma vuoi mettere la soddisfazione di vederlo crollare in 4K su un tablet di ultima generazione?
La Regione Siciliana, intanto, ha fatto casino pure con la contabilità dei famosi treni, “attribuendo in modo non coerente le somme”, tanto da dover correre ai ripari. La Corte suggerisce pietosamente di “rafforzare le procedure interne” e “consolidare i controlli“. Nel 2025. A piano quasi finito. È come consigliare a uno che sta precipitando dal decimo piano di allacciarsi le scarpe per atterrare meglio.
Però chi vuole insistere a dire che va tutto bene è liberissimo di farlo. Anzi, si compri il suo bel trenino a idrogeno con i soldi del Monopoli e ci giochi in salotto. Magari sul pianerottolo o sul balcone di casa: così, se deraglia, non fa danni.











