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Il sogno di Yasin spezzato da diciotto proiettili: il cuore dello studente che amava Messina ha smesso di battere per la libertà

- 13/01/2026
yasin

Diciotto proiettili hanno fermato il cuore del giovane che aveva studiato in riva allo Stretto, ma non il suo messaggio di speranza. L’appello commosso dell’UDU per custodirne la memoria e quelle parole profetiche scritte prima della fine: «Lottiamo per chi ha annaffiato col sangue l’albero del progresso senza poterne mai godere l’ombra»

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MESSINA — Il filo invisibile, tessuto di dolore e speranza, che oggi lega le acque placide dello Stretto di Messina alle montagne aspre e fiere del Kermanshah, nell’Iran occidentale, è il filo della vita di Yasin Mirzaei, reciso con la brutalità feroce di chi ha paura dei sognatori. Non è bastato un colpo per fermare la sua corsa verso la luce. Ne sono serviti diciotto. Diciotto proiettili di piombo per mettere a tacere un ragazzo che, tra le aule dell’Ateneo peloritano, aveva imparato a coniugare il verbo della libertà.

La tragedia si è consumata la sera dell’8 gennaio, nel quartiere Dareh Deraz. Lì, dove le ombre della repressione si allungano a inghiottire il futuro, Yasin è caduto. Secondo le ricostruzioni, a premere il grilletto sono state le mani dei Guardiani della Rivoluzione, il corpo Nabi Akram. Hanno mirato alla carne, ma volevano uccidere l’idea. Yasin, giovane di etnia curda, portava sulle spalle il peso di una storia millenaria e nel cuore la leggerezza di chi ha conosciuto il mondo, di chi ha camminato per le strade di Messina sentendosi, forse per un attimo, padrone del proprio destino.

A raccogliere il suo ultimo respiro, trasformandolo in un grido di dolore, sono oggi i suoi compagni di studio siciliani. L’UDU Messina (Unione degli Universitari) si è fatta custode della sua memoria, lanciando un appello accorato affinché il nome di Yasin non venga inghiottito dalle sabbie dell’oblio. «Dove sono finiti i nostri sogni?», sembrano chiedere gli studenti, uniti in un abbraccio ideale con quel compagno che non tornerà più.

Ma chi era Yasin? Non era solo un numero nella contabilità dell’orrore. Era un poeta della giustizia sociale, un’anima vibrante che solo a maggio scorso affidava ai social parole che oggi suonano come un testamento spirituale inciso col fuoco. «Il Golfo Persico fa parte della nostra storia», scriveva, riconoscendo la bellezza della sua terra. Ma poi, con la lucidità di chi guarda oltre l’orizzonte, aggiungeva: «Quello che viene prima per me sono i diritti umani». Yasin parlava di un «albero del progresso» annaffiato con il sangue dei martiri, un albero sotto la cui ombra a troppi è negato riposare.

Il suo era un canto d’amore per gli ultimi, per i curdi, i turchi, i balocchi, per ogni minoranza schiacciata dal peso di un potere sordo. Rivendicava il diritto sacro di imparare nella propria lingua madre, di vivere senza catene, di non essere emarginati all’ombra di accordi nucleari che dimenticano l’umanità. «La nostra voce di giustizia, domanda e dignità umana non va persa», implorava. «Noi siamo, resteremo».

Hanno crivellato il suo corpo, credendo di spegnere quella voce. Ma non sapevano che il vento porta le parole più lontano dei proiettili. Yasin Mirzaei è morto per quel futuro “giusto ed equo” che aveva immaginato. E oggi, chiunque a Messina o in Iran alzi gli occhi al cielo cercando giustizia, vedrà brillare la sua stella. Diciotto colpi non possono uccidere l’eternità di un ideale.

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